DOMENICA XVI del tempo ordinario B

16a domenica del tempo ordinario  B

Commento artistico-teologico-patristico

 

Duccio di Buoninsegna, Gesù parla con i discepoli sul monte di Galilea, coronamento delle formelle restrostanti la “Maestà “, 1308 – 1311, Museo dell’Opera del Duomo di Siena.

 

L’arte

Duccio di Boninsegna, pittore, nacque a Siena nel 1255 circa. Poco sappiamo della sua vita, e le poche notizie sull’attività artistica. Dai documenti ritrovati, quali risulta un carattere insofferente alle regole, irrispettoso delle norme e soggetto spesso a multe e penali da parte delle autorità. Determinante per Duccio fu l’incontro con Cimabue, suo maestro come lo fu per Giotto. La sua attività si svolse soprattutto a Siena dove, per l’opera del duomo, realizzò una pala d’altare, la più grande del Duecento, nota come la “Maestà”. La formella che qui illustriamo fa parte di quel polittico, a cui venne tributata una solenne processione, con grande partecipazione di popolo e di autorità cittadine, per il trasferimento dalla bottega dell’artista al duomo di Siena. Nel coronamento delle Storie Cristologiche con episodi post-pastquali, la scena qui riprodotta illustra il dialogo di Gesù con i discepoli. Pur nell’aggiornato impianto prospettico rispetto alle conoscenze di Giotto, lo spazio per Duccio non è mai condizione sine qua non, anzi in talune scene deroga volontariamente per evidenziare i particolari che gli premono, come qui, ove Gesù è in primo piano rispetto alla serie degli apostoli in sovrapposizione. Duccio non è interessato a complicare le scene con regole spaziali assolute: la narrazione è concentrata sul messaggio, e libera dalla costrizione della rappresentazione tridimensionale. Qui Gesù si intrattiene in un dialogo con i discepoli. Tutta la scena è piena di pathos. Non c’è disturbo, né distrazione: tutto si concentra su di lui, e la sua presenza catalizza l’attenzione. Con un leggero tocco della mano Gesù raggiunge Pietro con un gesto insieme di rassicurazione e conferma. Gino Prandina

 

Intro

Oggi al centro della Parola liturgica sta il compimento delle promesse divine in Gesù di Nazaret: Dio veglia sul suo popolo attraverso il Salvatore inviato. Il Vangelo descrive i “piccoli” di Galilea che si affollano al seguito di Gesù: è una comunità di gente sfinita di cui nessuno si occupa. Hanno compreso che Gesù si preoccupa sinceramente di loro, e ha il potere di soccorrerli. È ciò che avviene: la salvezza è donata a tutti quelli che si rivolgono a lui fiduciosi, nelle loro disgrazie fisiche, che sociali o spirituali.
La Chiesa non solo ricorda narrando i tempi passati, ma attira la nostra attenzione sul fatto che Gesù Cristo risuscitato continua ad agire come il Salvatore di Dio. Egli può efficacemente soccorrerci nella nostre disgrazie, compatire le nostre preoccupazioni; così che nelle nostre miserie possiamo rivolgerci a lui. Egli ci consolerà, ci darà la forza, ci esaudirà. È lui che ci fa trovare le vie per uscire dal fallimento, e ci mette accanto persone in grado di soccorrerci. E soprattutto, Gesù Cristo conosce l’ultima e la peggiore delle nostre miserie: la nostra ricerca di una salvezza duratura e felice, che sia per noi o per tutti quelli che amiamo, dei quali ci preoccupiamo, e che abitano con noi questo mondo.

 

Il vangelo

Mc 6,30-34 Erano come pecore che non hanno pastore.

 

Dal Vangelo secondo Marco
In quel tempo, gli apostoli si riunirono attorno a Gesù e gli riferirono tutto quello che avevano fatto e quello che avevano insegnato. Ed egli disse loro: «Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un po’». Erano infatti molti quelli che andavano e venivano e non avevano neanche il tempo di mangiare.
Allora andarono con la barca verso un luogo deserto, in disparte. Molti però li videro partire e capirono, e da tutte le città accorsero là a piedi e li precedettero.
Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, ebbe compassione di loro, perché erano come pecore che non hanno pastore, e si mise a insegnare loro molte cose.

 

Le parole

 

Particolari concreti, tratti da una vita semplice, comune a tutti, riportati solo dal Vangelo di Marco e affidati alla memoria credente. Le folle sono attirate da Gesù e dal suo insegnamento proprio perché intuiscono la prospettiva di una vita completamente diversa, ma realistica. È la vita nuova secondo il Vangelo. Alcuni particolari: gli apostoli che raccontano quello che è successo, che hanno detto e hanno fatto; il bisogno di riposare un po’ perché a volte non c’è tempo neanche per mangiare, assaliti dalla folla in ogni momento e in ogni luogo; Gesù, con la barca, li porta in un posto tranquillo e riservato, ma la gente lo intuisce e arriva prima; il Signore – davanti a quella povera gente – si meraviglia, si commuove e prova compassione. Lasciato da parte il riposo, riprende a insegnare.

“In disparte, in un luogo deserto“, viene ripetuto due volte. La stanchezza si fa sentire, la fatica degli apostoli è tangibile. Più forte ancora è la pressione della folla che, con l’intuizione tipica dei poveri, capisce dove sono andati Gesù e i discepoli e li precede a piedi, si fa trovare dinanzi.

 

Commozione. “…come pecore che non hanno pastore”. Non ci sono miracoli, moltiplicazione di pani, guarigioni da malattie, se non quello della misericordia commossa e della parola che insegna e illumina l’anima, risanandola. Dalla vita quotidiana, la stanchezza del lavoro e del ministero, lo sfinimento delle prove e del sentirsi soli, la parola del Signore, la comunione fra noi e con Lui; tutto indica una liturgia, un presagio d’Eucaristia.

Riposo. Le persone vanno guardate con la sensibilità del Signore. Anche lo sguardo su noi stessi deve essere il suo: “Ora venite a riposare un po’”. La cosa più importante è stare con Lui, il pastore; anche i dodici sono parte del gregge.

 

La teologia

 

Ger 23, 1-6; Ef 2,13-18; Mc 6, 30-34

  1. «Guai ai pastori». Nella prima lettura i re d’Israele vengono chiamati pastori; ma in tutto il mondo antico era costume chiamare i re con il titolo d’onore di pastori.

Solo controvoglia Dio aveva concesso al suo popolo un re, giacché i re «sono soliti far sentire ai popoli il loro potere» (Mc 10, 42). Essi credono di tenere unito il loro popolo col potere; in realtà a causa di questo potere «le mie pecore vengono dissipate e disperse». È il potere che non si preoccupa del bene dei sudditi, i quali ne hanno «angoscia». È lo stile dei potenti, che si fanno chiamare «benefattori» (Lc 22, 25) in forza dell’onnipresenza del loro potere. Dio promette il giudizio su di loro e la loro sostituzione con il vero pastore della casa di Davide, che porterà di diritto il titolo di «il Signore è la nostra giustizia».

  1. «Come pecore senza pastore». Così sembra Gesù nei riguardi della la folla che lo cerca: la gente sente istintivamente in lui il buon pastore mandato da Dio, che non vuole esercitare su di essi il proprio potere, ma li raccoglie e li cura nei loro bisogni. I potenti li hanno dominati fino a sazietà: Assiri, Babilonesi, Persiani, Greci, Romani, ma anche i loro propri inesorabili padroni, per i quali essi non erano che una massa ottusa, «tutta nata nei peccati» (Gv 9, 34). Gesù vorrebbe trovare pace per un momento, ma lo si insegue e lo si pretende, al punto che egli non ha «neppure il tempo di mangiare». Infine… egli dovrà porgere se stesso in cibo a questi affamati. È là non per riposarsi, ma per farsi consumare fino all’ultimo: «Io do la mia vita per le mie pecore» (Gv 10,15). «E insegnò loro molte cose». I suoi discepoli sono con lui, e altro non si dice del loro atteggiamento. Ma il seguito del racconto indica l’esempio che dà loro Gesù: il loro destino nella condizione di discepoli, non sarà essenzialmente diverso da quello del loro maestro.
  2. «Abbattuto il muro di separazione dell’inimicizia». La seconda lettura mostra l’opera conclusiva del Buon Pastore. Gli riesce – certo solo mediante l’impegno della sua vita, e mediante la sua morte – a riunire le due parti del gregge finora divise. Questo è pure il suo esplicito compito e piano di vita: «Io ho anche altre pecore, anch’esse devo condurre, udranno la mia voce». E così, mediante l’«unico pastore» sarà fatto «un unico gregge» (Gv 10,16). Paolo mette tutto l’accento su come come questa «pace» si realizza: pastore fa del suo corpo sulla croce il luogo della battaglia finale, dove il corpo lacerato diventa precisamente quello che si offre per tutti e che fonda l’unità. Anche un altro tiranno viene allora deposto: «la legge con i suoi comandi e le sue esigenze», la cui molteplicità è tale da frantumare la vita. D’ora in poi domina la pace mediante l’unico amore universale, che ha fatto di se stesso sulla croce e nell’eucaristia un riconciliatore senza potere, e tuttavia onnipotente, di ogni divisione tra gli uomini.

 

I Padri

 

  1. Gesù esige l`impegno di cercarlo

Ritornati gli apostoli da Gesú, gli riferirono tutte le cose che avevano fatto e insegnato (Mc 6, 30).

Gli apostoli non riferiscono al Signore soltanto ciò che essi avevano fatto e insegnato, ma, come narra Matteo, i suoi discepoli, o i discepoli di Giovanni, gli riferiscono il martirio che Giovanni ha subito mentre essi erano impegnati nell`apostolato (cf. Mt 14,12). Continua pertanto:

“E disse loro: «Venite voi soli in un luogo deserto a riposarvi un poco»” (Mc 6,31), con quel che segue.

Fa cosí non soltanto perché essi avevano bisogno di riposo, ma anche per un motivo mistico, in quanto, abbandonata la Giudea che aveva con la sua incredulità strappato via da sé il capo della profezia, era sul punto di largire nel deserto, ai credenti di una Chiesa che non aveva sposo, il cibo della parola, simile a un banchetto fatto di pani e di pesci. Qui infatti i santi predicatori, che erano stati a lungo schiacciati dalle pesanti tribolazioni nella Giudea incredula e contestataria, trovano pace grazie alla fede che viene concessa ai gentili. E mostra che vi era necessità di concedere un po` di riposo ai discepoli con le parole che seguono: “Erano infatti molti quelli che venivano e quelli che andavano; ed essi non avevano neanche il tempo di mangiare” (Mc 6,31).

È chiara da queste parole la grande felicità di quel tempo che nasceva dalla fatica incessante dei maestri e dallo zelo amoroso dei discenti. Oh, tornasse anche ai nostri giorni tanta felicità, in modo che i ministri della parola fossero talmente assediati dalla folla dei fedeli e degli ascoltatori da non avere piú nemmeno il tempo di prendersi cura del proprio corpo! Infatti, gli uomini cui è negato il tempo di prendersi cura del corpo, hanno molto meno la possibilità di dedicarsi ai desideri terreni dell’animo o della carne. Anzi, coloro da cui si esige in ogni momento – a tempo opportuno e importuno – la parola della fede e il ministero della salvezza, hanno di conseguenza l’animo sempre ardentemente proteso a pensare e a compiere cose celesti, in modo che le loro azioni non contraddicano gli insegnamenti che escono dalla loro bocca.

“E saliti sulla barca, partirono per un luogo deserto e appartato” (Mc 6,32). I discepoli salirono sulla barca non soli, ma dopo aver con sé il Signore, e si recarono in un luogo appartato, come chiaramente racconta l`evangelista Matteo (cf. Mt 14,13).

“E li videro mentre partivano e molti lo seppero e a piedi da tutte le città accorsero in quel luogo e li precedettero” (Mc 6,33)

Dicendo che li precedettero a piedi, si deduce che i discepoli col Signore non andarono con la barca all`altra riva del mare o del Giordano ma, varcato con la barca un braccio di mare o del lago, raggiunsero una località vicina a quella stessa regione che gli abitanti del luogo potevano raggiungere anche a piedi.

“E uscito dalla barca, Gesú vide una grande folla, e si mosse a compassione di loro, perché erano come pecore senza pastore, e prese a dare loro molti insegnamenti” (Mc 6,34).

Matteo spiega piú chiaramente in qual modo ebbe compassione di loro, dicendo: “Ebbe misericordia della folla e risanò i loro ammalati” (Mt 14,14). Questo è infatti nutrire veramente compassione dei poveri e di coloro che non hanno pastore, cioè mostrare loro la via della verità con l`insegnamento, liberarli con la guarigione dalle malattie corporali, ma anche spingerli a lodare la sublime liberalità del Signore ristorando gli affamati. Le parole seguenti di questo passo sottolineano appunto che egli fece tutto questo. Mette alla prova la fede delle folle e, dopo averla provata, la ricompensa con un degno premio. Cercando infatti la solitudine, vuol vedere se le folle vogliono o no seguirlo. Esse lo seguono e, compiendo il viaggio fino al deserto, «non su cavalcature o su carri, ma con la fatica dei loro piedi» (Girolamo), dimostrano quale pensiero essi abbiano per la loro salvezza. E Gesú, come colui che può, ed è salvatore e medico, fa intendere quanta consolazione riceva dall`amore di coloro che credono in lui, accogliendo gli stanchi, ammaestrando gli ignoranti, risanando gli infermi e ristorando gli affamati. Ma secondo il significato allegorico, molte schiere di fedeli, dopo aver abbandonato le città dell`antica vita, ed essersi liberati dall`appoggio di varie dottrine, seguono Cristo che si dirige nel deserto dei gentili. E colui che era un tempo «Dio conosciuto solo in Giudea» (cf. Sal 75,2), dopo che i denti dei giudei sono diventati «armi e frecce, e la loro lingua una spada tagliente», viene esaltato «come Dio al di sopra dei cieli e la sua gloria si diffonde su tutta la terra»«(cf. Sal 56,5-6).

(Beda il Vener., In Evang. Marc., 2, 6, 30-34)

 

  1. Il comando di Dio: la continenza

Ogni mia speranza è posta nell`immensa grandezza della tua misericordia. Dà ciò che comandi e comanda ciò che vuoi. Ci comandi la continenza, e qualcuno disse: “Conscio che nessuno può essere continente se Dio non lo concede, era già un segno di sapienza anche questo, di sapere da chi ci viene questo dono”. La continenza in verità ci raccoglie e riconduce a quell`unità, che abbiamo lasciato disperdendoci nel molteplice. Ti ama meno chi ama altre cose con te senza amarle per causa tua. O amore, che sempre ardi senza mai estinguerti, carità, Dio mio, infiammami! Comandi la continenza. Ebbene, dà ciò che comandi e comanda ciò che vuoi.

(Agostino, Confess., 10, 29, 40)

 

  1. Valore della misericordia

Dio ha tanta premura per la misericordia, che, fattosi uomo e vivendo con noi, non disdegnò e non ebbe vergogna di distribuire lui stesso ciò che serviva ai poveri. Sebbene avesse creato tanto pane e potesse fare, con una parola, tutto ciò che voleva, sebbene potesse allineare tutti insieme centinaia di tesori, non ne fece nulla; invece volle che i suoi discepoli avessero un borsello e che lo portassero appresso, per avere di che soccorrere gl`indigenti. Dio, infatti, fa gran conto della misericordia; non solo della sua, ma anche della nostra verso i fratelli; e fece molte leggi nel Vecchio e nel Nuovo Testamento, che hanno per oggetto la misericordia in parole, in danaro e in opere. Di questa parla Mosè a ogni passo: questa a nome di Dio proclamano i Profeti – “Voglio misericordia e non sacrificio” (Os 6,6) -; gli Apostoli dicono e fanno la stessa cosa (Mt 9,13). Non la trascuriamo, allora; non giova solo ai poveri, giova anche a noi; riceviamo piú di quanto diamo.

(Giovanni Crisostomo, De eleemos.,

 

  1. Dio si fa uomo per amore

Per qual motivo mai, ci si chiede, Dio si è umiliato a tal segno, che la fede rimane sconcertata di fronte al fatto che egli, benché non possa esser posseduto né compreso dalla ragione e non si diano parole all`altezza di descriverlo, giacché trascende ogni definizione ed ogni limite, venga poi a mischiarsi con l`involucro meschino e volgare della natura umana, al punto da far apparire le sue sublimi e celesti opere come vili anch`esse, in seguito ad una mescolanza cosí disdicevole?

Non ci manca certo la risposta che conviene a Dio. Tu vuoi sapere il motivo per il quale Dio è nato fra gli uomini? Ebbene, se tu eliminassi dalla vita i benefici che hai ricevuto da Dio, non potresti certo piú indicare le cose attraverso le quali riconosci Dio. Noi riconosciamo la sua opera, infatti, proprio per il tramite di quei benefici di cui veniamo gratificati: è osservando ciò che accade, appunto, che noi individuiamo la natura di chi compie l`opera. Se, adunque, l`indizio e la manifestazione tipica della natura divina sono rappresentati dalla benevolenza di Dio nei confronti degli uomini, ecco che tu hai la risposta che chiedevi, il motivo, cioè, in base al quale Dio è venuto fra gli uomini. La nostra natura, infatti, afflitta com`era da una malattia, aveva bisogno di un medico. L`uomo, che era caduto, aveva bisogno di chi lo rimettesse in piedi. Chi aveva perduto la vita, aveva bisogno di chi la vita gli restituisse. Occorreva, a chi aveva smesso di compiere il bene, qualcuno che sulla via del bene lo riconducesse. Invocava la luce chi era prigioniero delle tenebre. Il detenuto aveva bisogno di chi lo liberasse, l`incatenato di chi lo sciogliesse, lo schiavo di chi lo affrancasse. Ora, son forse questi dei motivi futili e inadeguati perché Dio se ne sentisse stimolato a discendere in mezzo all`umanità, afflitta in questo modo dall`infelicità e dalla miseria?

(Gregorio di Nissa, Catech. magna, 14-15)

 

  1. Pur rinnovati in Cristo, portiamo il peso della carne

Dobbiamo considerare attentamente ciò che noi stessi siamo, e ciò che abbiamo intrapreso a esaminare. Siamo uomini, portiamo il peso della carne, siamo pellegrini in questa vita: anche se siamo stati rigenerati dalla parola di Dio, siamo stati rinnovati in Cristo, ma in modo da non essere ancora del tutto spogliati della antica natura di Adamo. E manifesto che quanto c`è in noi di mortale e di corruttibile, che opprime la nostra anima, deriva da Adamo (cf. Sap 9,15), mentre quanto c`è in noi di spirituale, che innalza l`anima, deriva dal dono di Dio e dalla misericordia di colui che mandò il suo Unigenito a condividere con noi la nostra morte, per condurci alla sua immortalità. Egli è il nostro maestro, che ci insegna a non peccare; il nostro intercessore, se avremo peccato e ci saremo confessati e saremo tornati a Dio; il nostro avvocato, se desideriamo dal Signore qualche grazia; ed è lui stesso, con il Padre, che ci elargisce doni e grazie, perché Padre e Figlio sono un solo Dio. Ma egli insegnava queste cose da uomo che parla agli uomini; la divinità era occulta, manifesto era l`uomo, affinché manifesta si facesse la divinità dell`uomo. Da Figlio di Dio si è fatto figlio dell`uomo, per fare altrettanti figli di Dio dei figli degli uomini. Riconosciamo, dunque, dalle sue stesse parole, che egli ha fatto tutto questo grazie alle risorse della sua sapienza. Si faceva piccolo per parlare ai piccoli, ma egli era piccolo e insieme grande; noi invece siamo piccoli, e grandi solo in lui. Egli parlava come fa la madre che riscalda e nutre i lattanti, che crescono grazie al suo amore.

(Agostino, Comment. in Ioan., 21, 1)

 

  1. La carità vera si traduce in opere di misericordia

Perciò, la Verità stessa (Cristo), mostratasi a noi nell`assunzione della nostra umanità, mentre sul monte si immerge nella preghiera nelle città opera miracoli (cf. Lc 6,12); ciò evidentemente nell`intento di appianare la via della imitazione alle buone guide di anime, perché, pur protese verso le supreme altezze della contemplazione, nondimeno si mescolino con la compassione alle necessità degli infermi. Infatti, la carità tende mirabilmente in alto se ed in quanto attratta in basso dalla misericordia verso i prossimi; e con quanto maggior benevolenza si piega verso le infermità, tanto piú gagliardamente risale alle vette.

(Gregorio Magno, Lib. Reg. Pastor., 2, 5)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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A cura di Gino Prandina, fraternità dell’Hospitale e AxA associazioni artisti per l’arte sacra Vicenza, digit: artesacravicenza.org I commenti teologici sono tratti dai manoscritti di H.U.V.Balthasar e e M.v.Speryr

 

 

 

 

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A cura di Gino Prandina, fraternità dell’Hospitale e AxA associazioni artisti per l’arte sacra Vicenza.

digit: artesacravicenza.org

I commenti teologici sono tratti dai manoscritti diartesacravicenza.org / A cura di Gino Prandina, Fraternità dell’Hospitale, aXa Associazioni artisti per l’Arte sacra.

La sezione “Teologia” è tratta dagli scritti di H.U. von Balthasar e Adrienne von Speyr.