DOMENICA XXXIV del tempo ordinario B

DOMENICA DELLE PALME CON L’ARTE

 

Emil Nolde, (serie de La vita di Cristo), Gesù entrata in Gerusalemme, 1915, Seebüll, Fondazione Nolde

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’arte

Emil Nolde (1867 – 1956) fu un esponente dell’espressionismo tedesco insieme a Ernst Ludwig Kirchner. Emile, ancora ragazzo nel periodo in cui Gauguin scopiazzava i suoi lavori, fu fra i maggiori indagatori delle infinite possibilità del colore: in lui infatti il colore irraggia infinite potenzialità, tipiche del movimento espressionista. La coerenza esistenzialista ha reso Nolde uno dei pi

ù coraggiosi testimoni dell’arte fra i due secoli.

L’artista si interessò ai soggetti religiosi dedicandovi molte opere. L’entrata di Gesù in Gerusalemme è uno di questi: è insieme un’ interpretazione espressionista e grottesca dell’episodio evangelico. Cristo in sella ad un asino entra “trionfalmente” nella santa Città.

Il tono è decisamente caricaturale al punto che già allora i critici e il pubblico vedendo queste immagini rimasero disorientati. Oltre alla deformazione della figura umana, anche i colori sono trattati in modo inusuale.

Al centro dell’immagine, coperto da un mantello di colore rosso vivo, Cristo è seduto sulla groppa di un asino, mentre un altro animale, forse un piccolo asino, segue in primo piano Cristo che procede verso la città sacra. In secondo piano, allineati e disposti intorno alla figura del Messia vi sono alcuni personaggi: due alla sua sinistra e quattro alla sua destra. I personaggi di sinistra sono dipinti con marcate labbra rosse e un incarnato bruno. Uno dei due ha un turbante bianco-azzurro. L’uomo senza turbante indossa una tunica bianca-grigia. I personaggi sulla destra si affollano il breve spazio rimanente dietro la testa dell’asino. Indossano turbanti di vario colore e, come gli altri a sinistra, guardano stupiti e meravigliati. Lo sfondo è affastellato di elementari palme dalle foglie verdi e azzurre. Sulla strada è steso un mantello color porpora, sul quale avanza Gesù in groppa all’asinello. I diversi gradi cromatici accesi, primo fra tutti il vermiglio-scarlatto del manto di Gesù, ne identificano la figura.

Lo spazio è ridotto e limitato alla zona che si apre sul fondale in profondità, ad accoglie le figure. La prospettiva descrive alcuni piani in sovrapposizione: il puledrino, Gesù, la folla, i palmizi. In realtà la resa prospettica sembra appiattire la scena come per una presenza attuale in cui tutto caoticamente si confonde. Non emerge con chiarezza nessun indicatore prospettico geometrico, nessuna prospettiva aerea e nessun rapporto figura-sfondo. Sembrerebbe un’istantanea rubata con rapidità, una scena in movimento, in cui lo stesso osservatore è coinvolto nell’evento insieme tragico e festoso.

Gino Prandina

 

Intro

Festeggiamo oggi l’entrata messianica di Gesù a Gerusalemme; in ricordo del suo trionfo, benediciamo le palme e leggiamo il racconto della sua passione e della sua morte. È il profeta Isaia con il suo terzo cantico sul servo sofferente di Iahvè che ci prepara ad ascoltare questo passo del Vangelo.
La sofferenza fa parte della missione del servo. Essa fa anche parte della nostra missione di cristiani. Non può esistere un servo coerente di Gesù se non con il suo fardello, come ci ricorda il salmo di oggi.
Ma nella sofferenza risiede la vittoria. “Egli spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo, umiliò se stesso, facendosi obbediente fino alla morte, e alla morte di croce”. E, come il suono trionfale di una fanfara, risuonano le parole che richiamano l’antico inno cristiano sulla kenosi citato da san Paolo: “Per questo Dio l’ha esaltato al di sopra di tutto”. L’intera gloria del servo di Iahvè è nello spogliarsi completamente, nell’abbassarsi, nel servire come uno schiavo, fino alla morte. La parola essenziale è: “Per questo”. L’elevazione divina di Cristo è nel suo abbassarsi, nel suo servire, nella sua solidarietà con noi, in particolare con i più deboli e i più provati.
Poiché la divinità è l’amore. E l’amore si è manifestato con più forza proprio sulla croce, sulla croce dalla quale è scaturito il grido di fiducia filiale nel Padre.
“Dopo queste parole egli rese lo spirito”, e noi ci inginocchiamo – secondo la liturgia della messa – e ci immergiamo nella preghiera o nella meditazione. Questo istante di silenzio totale è essenziale, indispensabile a ciascuno di noi. Che cosa dirò al Crocifisso? A me stesso? Al Padre?

 

 

Il vangelo

 (Lc 19,28-40) Benedetto colui che viene nel nome del Signore.


+ Dal Vangelo secondo Luca 

In quel tempo, Gesù camminava davanti a tutti salendo verso Gerusalemme. Quando fu vicino a Bètfage e a Betània, presso il monte detto degli Ulivi, inviò due discepoli dicendo: «Andate nel villaggio di fronte; entrando, troverete un puledro legato, sul quale non è mai salito nessuno. Slegatelo e conducetelo qui. E se qualcuno vi domanda: “Perché lo slegate?”, risponderete così: “Il Signore ne ha

bisogno”».
Gli inviati andarono e trovarono come aveva loro detto. Mentre slegavano il puledro, i proprietari dissero loro: «Perché slegate il puledro?». Essi risposero: «Il Signore ne ha bisogno».
Lo condussero allora da Gesù; e gettati i loro mantelli sul puledro, vi fecero salire Gesù. Mentre egli avanzava, stendevano i loro mantelli sulla strada. Era ormai vicino alla discesa del monte degli Ulivi, quando tutta la folla dei discepoli, pieni di gioia, cominciò a lodare Dio a gran voce per tutti i prodigi che avevano veduto, dicendo:
«Benedetto colui che viene,
il re, nel nome del Signore.
Pace in cielo e gloria nel più alto dei cieli!».
Alcuni farisei tra la folla gli dissero: «Maestro, rimprovera i tuoi discepoli». Ma egli rispose: «Io vi dico che, se questi taceranno, grideranno le pietre».

 

Le parole

 

Settimana Santa. Si aprono i giorni di passione e resurrezione, coagulo di tutto il vivere dell’uomo, come all’origine del tutto ci fu un’altra settimana, misurata sui giorni di Dio che fece tutto dal niente. Questa Settimana è misurata sulle mosse di Gesù a Gerusalemme, ombelico del mondo e terra scavata dai grandi monoteismi che scorrono nelle vene dell’umanità. Per presagio e scelta del Papa santo della Polonia, sono trent’anni che questo giorno appartiene ai giovani del mondo incontro a Cristo che entra nelle città e nei paesi a distribuire il pane della pace. Che domenica, dunque, è questa?

Segni. Per capire bisogna rifarsi ai segni, piccoli, all’asino preso in prestito e cavalcato dal “re della figlia di Sion” (Gerusalemme). La profezia di Zaccaria lo mostra capace di spezzare l’arco di guerra e annunciare la pace alle genti. Il re venturo è povero tra i poveri, i credenti umili della prima Beatitudine. A questo re acclamiamo oggi, chiedendogli di prenderci con sé sulla sua via.
Un re di pace mediante il segno della Croce, che è l’arco di guerra spezzato, vero arcobaleno di Dio, segno di riconciliazione, di perdono, dell’amore più forte della morte. Ogni volta che ci facciamo il segno della Croce dobbiamo ricordarci che il male si vince con il bene.

Regno. Questo regno è universale, l’intero universo, la terra tutta. Da mare a mare, fino ai confini ultimi, superando ogni limite e cultura, portando tutto all’unità. Misere capanne, povere campagne, splendide cattedrali, ovunque Egli viene e unisce tra loro i suoi fratelli, insieme in un unico corpo. Cristo si fa pane e si dona noi e così costruisce il suo regno.

“Osanna! Benedetto colui che viene nel nome del Signore”; è il canto della processione, il pellegrinaggio per la via alta. Gesù sale a Gerusalemme per la Pasqua, e coinvolge anche noi, anche se questo cammino sembra superare le nostre forze. C’è infatti la forza di gravità che “tira in basso” – verso l’egoismo, verso la menzogna e verso il male; la gravità che ci abbassa e ci allontana dall’altezza di Dio. E c’è la “forza di gravità dell’amore di Dio”, l’essere amati da Dio e la risposta del nostro amore che ci attirano verso l’alto. L’uomo si trova in mezzo a questa duplice forza di gravità, e tutto dipende dallo sfuggire al campo di gravitazione del male e diventare liberi di lasciarsi totalmente attirare dalla forza di gravità di Dio, che ci rende veri, ci eleva, ci dona la vera libertà.

 

La teologia

Il Testamento. Dalla Passione secondo Luca emergono tre accenti fondamentali caratteristici della sua versione. L’istituzione dell’eucaristia, che negli altri sinottici prelude anche alla passione, viene qui accompagnata da un’ampia dichiarazione di Gesù, che impressiona come un testamento. Così viene affidato ai discepoli un compito, quello di assumere la cura per la venuta del regno di Dio: «Io lascio per testamento a voi il regno»; ma questa cura può essere assunta nell’intenzione di Gesù, la quale si distingue da ogni esercizio di potere nel mondo: il più gran

de fra essi «deve diventare come colui che serve», e Gesù stesso è (ciò che egli non dice: questo massimo) «fra voi come uno che serve». Pietro sarà secondo il ministero il più grande, ma potrà diventare colui che serve, che «conforta i suoi fratelli», soltanto se Gesù ha pregato per lui che l’ha rinnegato. Ciò che sarà il servizio di Gesù in verità, egli lo dice con le parole da Isaia, secondo cui dovrà «essere contato fra i delinquenti», ed ora i suoi nemici avranno su di lui «il potere delle tenebre». Nella forza e nella fiducia la sua passione non sarebbe stata un perfetto dolore, perciò l’angoscia nel giardino degli ulivi così realisticamente rappresentata da Luca.

 

  1. Partecipazione. Gesù soffre solo; i discepoli, rappresentati da Pietro, non lo accompagnano. I giudei, Pilato, e anche Erode si comportano come negli altri racconti. Ma soltanto in Luca nel giardino degli ulivi compare un angelo per confortare Gesù. Non potrà essere altro conforto che quello di soffrire nella più estrema debolezza, una tolleranza dell’intollerabile: di dover bere il calice dell’ira di Dio contro il peccato. Sulla via della croce lo accompagnano donne che piangono, ma egli le allontana con l’accenno all’incombente destino di Gerusalemme, che «non ha voluto» (Lc 13, 34) e perciò viene «abbandonata» al suo destino. Diversamente per l’uomo di Cirene: qui c’è un co-portare la croce almeno esteriore, ma nella forza normale di un uomo, molto diversa da quella del flagellato quasi a morte. E poi c’è un ultimo che si rivolge a lui, uno dei criminali crocifissi con lui, che esprime una vera preghiera. Questi sa qualcosa di partecipazione, egli è appunto «nella stessa condanna», ma si distingue chiaramente tra il suo soffrire meritato e quello tutto diverso di colui «che non ha fatto nulla di male».

Qui qualcosa della grazia del dolore della croce può passare in un vaso pronto. E scorre anche dopo la morte di Gesù: il centurione viene colpito dalla grazia, e addirittura si dice che «tutti quelli che erano accorsi a questo spettacolo se ne tornavano percuotendosi il petto».

  1. Parole di salvezza. Mentre Matteo e Marco riferiscono soltanto il grido dell’abbandono, le parole dette in croce nella redazione di Luca hanno un altro suono. Esse sono la traduzione in parole pronunciate di ciò che la Parola di Dio essenzialmente opera e sente nel suo dolore.

C’è anzitutto la preghiera al Padre: «Perdona loro perché non sanno ciò che fanno». I giudei sono abbagliati, non riconoscono il loro Messia, i pagani fanno ciò che professionalmente mille volte fanno: crucifiggere un presunto criminale su ordine militare. Nessuno sa chi in verità sia Gesù. La preghiera vuole scusare i colpevoli e trova ragioni per tanto. Le parole rivolte al ladrone sono una parte della grazia del perdono che viene meritata sulla croce. Le parole del moribondo «Padre nelle tue mani raccomando il mio spirito» sostituiscono il grido dell’abbandono: anche se il Figlio non sente più il Padre e le sue mani sono diventate impercettibili, egli non ha nessun altro luogo per abbandonarsi morendo. Luca nelle parole di Gesù fa irradiare visibilmente dalla croce qualcosa della grazia procurata per noi con il suo dolore.

 

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A cura di Gino Prandina, fraternità dell’Hospitale e AxA associazioni artisti per l’arte sacra Vicenza.

digit: artesacravicenza.org

I commenti teologici sono tratti dai manoscritti diartesacravicenza.org / A cura di Gino Prandina, Fraternità dell’Hospitale, aXa Associazioni artisti per l’Arte sacra.

La sezione “Teologia” è tratta dagli scritti di H.U. von Balthasar e Adrienne von Speyr.