DOMENICA II di pasqua B

15a domenica del tempo ordinario  B

Commento artistico-teologico-patristico

 

 

 

 

Gesù invia i discepoli a due a due, icona siriaca, sec. XVI, tempera su tavola.

L’arte

Iconograficamente e teologicamente la missione dei discepoli segue le orme di Gesù. Centro

dell’annuncio è sempre e comunque Lui. In questa icona tale centralità è schematicamente espressa nella

forma grafica della figura del Maestro che si staglia in primo piano, ed è accentuata sul fondale scuro; il

valore contenutistico che ne deriva indica la dimensione fontale come pure la convergenza dell’azione

sulla persona di Gesù. Ogni gesto delle mani dei discepoli e della folla di poveri si muove verso di lui.

Questo mistero sta al centro della meditazione-contemplazione dell’orante, ed è la dimensione

permanente del vero discepolo. A sinistra dell’icona i due discepoli vanno verso Gesù, e

contemporaneamente esprimono a noi – osservatori esterni – il loro sguardo e il gesto di riverenza verso

il Maestro. Ma contemporaneamente sono mandati, e il gesto d’assenso del missionario rinvia al gesto

del Maestro che li invia: il suo gesto benedicente verso i poveri chiede di venir esteso nell’opera dei

discepoli. la missione avviene nella precarietà e in totale nonviolenza. La scena del mandato – si noti –

avviene sulla strada, e là rimane; non è un acquisto di potere né attività di conquista, ma missione sullo

stile del pellegrino: incontrare la gente promuovendo la dinamica permanente di proposta-risposta sullo

stile del dono. L’icona descrive pure all’attesa urgente di un popolo fatto di poveri e malati. È nella

missione che i discepoli scopriranno che Gesù li sostiene e gli dona la capacità di aiutare, consolare,

guarire, riconciliare. Gino Prandina

Intro

Nel corso di una lunga storia, per mezzo dei suoi messaggeri, Dio ha preparato l’umanità alla venuta del

Figlio e alla rivelazione della salvezza. Il suo amore redentore doveva estendersi dal popolo di Israele a

tutti gli uomini. Chiamò i Dodici a formare la matrice del popolo della Nuova Alleanza e li fece suoi

collaboratori, incaricandoli di vincere il potere del male, di guarire, e di salvare chi avesse creduto al loro

messaggio. Solo una piccola parte del popolo credette in Gesù e nei suoi inviati. Dopo la sua

risurrezione, Gesù di nuovo inviò i suo discepoli dilatando la loro missione e i loro poteri. Essi

andarono dappertutto offrirendo agli uomini il perdono di Dio e la vita nuova. È una piccola parte

dell’umanità che ha accolto l’offerta divina e ha trovato nella fede e nell’amore di Dio la salvezza cercata.

Finora numerose ideologie moderne (razionalismo, nazionalismo, fascismo, collettivismo…) si sono

rivelate false soteriologie: è oggi il tempo nuovo per un’apertura al Vangelo presso molti popoli? I

cristiani sono invitati, in modo nuovo, per essere testimoni con la preghiera e l’ impegno personale. Da

questa testimonianza dipende l’avvenire dell’umanità, della comunità ecclesiale e di ogni cristiano.

Il vangelo

Mc 6,7-13 – Prese a mandarli.

Dal Vangelo secondo Marco

In quel tempo, Gesù chiamò a sé i Dodici e prese a mandarli a due a due e dava loro potere sugli spiriti

impuri. E ordinò loro di non prendere per il viaggio nient’altro che un bastone: né pane, né sacca, né

denaro nella cintura; ma di calzare sandali e di non portare due tuniche.

E diceva loro: «Dovunque entriate in una casa, rimanetevi finché non sarete partiti di lì. Se in qualche

luogo non vi accogliessero e non vi ascoltassero, andatevene e scuotete la polvere sotto i vostri piedi

come testimonianza per loro».

Ed essi, partiti, proclamarono che la gente si convertisse, scacciavano molti demòni, ungevano con olio

molti infermi e li guarivano.

Le parole

Mandare. Gli apostoli sono dei “mandati”; non hanno nulla, salvo l’essenziale: il potere sugli spiriti

maligni e la “forza” per guarire i malati. Vanno due a due perché sono fratelli e perché la testimonianza

è valida quando si mostra nell’unità.

Essenziale. Le informazioni sul loro viaggio si limitano al comando di non prendere nulla per la strada.

Devono rimanere nella povertà, nella condizione della nostra vita, lasciando nei luoghi non accoglienti

persino la polvere dei sandali. Come pellegrini, gente di passaggio, che lasciano parole e gesti di pace.

Scandalo. A Nazaret, Gesù era stato rifiutato dai suoi compaesani al punto che non vi fece alcun

miracolo, salvo la guarigione di pochi malati, impressionato dalla loro incredulità. Gesù non vuole

evitare ai dodici lo scandalo da lui subito nella sua città. Tutt’altro; lo scandalo diventa quasi la norma,

capace di mostrare – ogni volta – la sproporzione tra lo strumento e l’effetto, tra la povertà dei testimoni

e la potenza di Dio, assolutamente diversa da ogni potere umano. La fede è intrecciata alla povertà

perché è consegna totale alla volontà del Padre.

Testimoni. La mission impossible affidata agli Apostoli e a ogni discepolo del Regno si esprime nella

testimonianza della vita personale, vissuta insieme, in fraternità. Apostolo significa proprio “mandato,

inviato”. I dodici lo saranno, propriamente, dopo la resurrezione e la Pentecoste; ora sono in stato di

“esperienza pastorale”: imparano e sperimentano a fianco del Maestro. Prima di essere capaci della

potenza cristica che guarisce, risana, libera e scaccia il male, dovranno accettare di essere loro pure

respinti e perseguitati. Lo saranno, se continueranno a parlare in nome di Gesù senza vergognarsi di lui,

e senza essere preoccupati di ottenere trionfi. Il successo lo lasciano a Dio.

La teologia

Am 7,12-15; Ef 1,3-14; Mc 6,7-13

1. Chiamati e provveduti. Gesù chiama nel Vangelo i Dodici senza ulteriore dichiarazione. Perché

proprio questi? Non si dice nulla a questo proposito. Né virtù, né abilità particolare o qualità oratoria li

distingue. Se manca loro qualcosa all’attuazione del loro incarico verrà ad essi aggiunto. Manca loro

senz’altro quanto viene dato loro quando vengono mandati: l’autorizzazione ad annunciare il regno di

Dio, e questo con il potere di scacciare gli spiriti impuri, il che è unicamente possibile se si ha lo Spirito

Santo, che estendendosi ricaccia indietro la sfera d’azione dello spirito maledetto. Avendo ricevuto

questi doni da Gesù, si richiede loro di non mischiarli con i propri mezzi di appoggio o di propaganda;

perciò nessuna bisaccia, non pane, non denaro, non abiti per cambiarsi, …e neppure ricerca di

un’abitazione più comoda. Gli incarichi sono l’annuncio, il richiamo alla conversione, non il successo.

Se non ci sarà, ad essi non deve importare, devono semplicemente andar oltre e tentare altrove. Si

riferisce poi che i Dodici si sono incamminati e hanno conseguito un certo successo. Il nudo Vangelo

(sine glossa) agisce nel più persuasivo dei modi.

2. Chiamati e respinti. Ciò che la prima lettura narra di Amos è caratteristico per ogni inviato di Dio.

«Se non vi si accoglie» dice Gesù. Amos non viene accolto, ma cacciato dal paese col potere legale.

Allora egli insiste e dichiara di non essere né un profeta di professione, né un alunno di profeta. Una

chiamata del tutto paragonabile a quella dei pescatori galilei. Né questi, né Amos hanno desiderato o

scelto questo incarico; sono stati semplicemente messi sulla strada: «Va’ e parla al mio popolo». Questa è

la chiamata di ordine radicale, a riguardo di cui l’uomo non riflette a lungo se debba o non debba, possa

o non possa (per esempio, diventare sacerdote o entrare in un ordine). Dio lo spinge; se l’uomo non

resiste lo avvertirà. Qui ha poca importanza se Amos abbandona il paese e lascia la Samaria per la

Giudea, oppure se gli apostoli davanti al sinedrio dicono: «Si deve obbedire a Dio più che agli uomini».

Il continuare ad andare avanti raccomandato da Gesù può essere talvolta anche un semplice continuare

a fare.

3. «Destinati in principio». Il grande preludio della lettera agli Efesini (seconda lettura) inserisce gli

eletti da Dio nell’universale, intemporale piano di salvezza di Dio: ciò che io sono e devo essere è fissato

dall’eternità, prima della creazione del mondo, non sono né chiamato soltanto nel tempo, né come un

singolo isolato, ma esisto come da sempre inarticolato in un progetto complessivo predeterminato, che

consiste nell’incarnazione di Cristo, nella glorificazione della grazia di amore del Padre e nel sigillo dello

Spirito Santo. Nessuno è un’isola, ma è comprensibile solo come inalveato in un illimitato paesaggio, in

cui tutto riverbera della «lode della gloria della grazia» di Dio.

I Padri

Le caratteristiche della missione dei discepoli

“E percorreva i villaggi circostanti insegnando. Chiamò poi i dodici e cominciò a mandarli a due a due a

predicare e dava loro il potere sugli spiriti immondi” (Mc 6,6-7).

«Benevolo e clemente, il Signore e maestro non rifiuta ai servi e ai discepoli i suoi poteri, e, come egli

aveva curato ogni malattia e ogni debolezza, cosí dà agli apostoli il potere di curare ogni malattia ed

ogni infermità. Ma c’è molta differenza tra l’avere e il distribuire, il donare e il ricevere. Gesú, quando

opera, lo fa col potere di un padrone; gli apostoli, se compiono qualcosa, dichiarano la loro nullità e la

potenza del Signore con le parole: “Nel nome di Gesú, alzati e cammina”» (Girolamo).

“E ordinò loro di non prender nulla per il viaggio se non un bastone soltanto, non bisaccia, non pane,

né denaro nella cintura, ma andassero calzati di sandali e non indossassero due tuniche” (Mc 6,8-9).

«Tanto grande dev’essere nel predicatore la fiducia in Dio che, sebbene non si preoccupi delle necessità

della vita presente, tuttavia deve sapere con certezza che non gli mancherà niente. E questo per evitare

che, se la sua mente è presa da preoccupazioni terrene, egli non rallenti nell’impegno di comunicare agli

altri le parole eterne (Gregorio Magno).

Quando infatti – secondo Matteo – disse loro: “Non vogliate possedere né oro né argento” – con quel

che segue, – subito aggiunse: “Perché l’operaio ha diritto al suo sostentamento” (Mt 10,9-10). Mostra

insomma chiaramente perché non ha voluto che essi possedessero né portassero seco quei beni; non

perché questi non siano necessari al sostentamento di questa vita, ma perché egli li inviava in modo da

far capire loro che tali beni erano loro dovuti dai credenti ai quali avrebbero annunziato il vangelo. E’

chiaro dunque che il Signore non ordinò queste cose come se gli evangelisti non dovessero vivere di

altro che di ciò che offrivano loro i fedeli cui essi annunziavano il vangelo (altrimenti si sarebbe

comportato in modo opposto a questo precetto l’Apostolo [cf. 1Ts 2,9], che era solito ricavare il

sostentamento dal lavoro delle sue mani per non essere di peso a nessuno), ma dette loro una libertà di

scelta nell’uso della quale dovevano sapere che il sostentamento era loro dovuto. Quando il Signore

comanda qualcosa, se questa non si compie, la colpa è della disobbedienza. Ma quando è concessa la

facoltà di scelta, è lecito a ciascuno non usufruirne o sottostarvi liberamente. Ebbene il Signore, col dare

l’ordine, che l’Apostolo ci riferisce (cf. 1Cor 2,9) essere stato da lui dato, a quanti annunziano il

Vangelo, cioè di vivere della predicazione del Vangelo, intendeva dire agli apostoli che non dovevano

possedere né dovevano avere preoccupazioni; che non dovevano portare con sé né tanto né poco di ciò

che era necessario a questa vita; per questo aggiunse: “neppure il bastone”, per sottolineare che da parte

dei fedeli suoi tutto è dovuto ai suoi ministri che non chiedono nulla di superfluo. Aggiungendo poi

“infatti l’operaio ha diritto al suo sostentamento”, ha chiarito e precisato il perché delle sue parole. Ha

simboleggiato nel bastone questa facoltà di scelta, dicendo che non prendessero per il viaggio altro che

un bastone, per fare unicamente intendere che in grazia di quella potestà ricevuta dal Signore, e

raffigurata nel bastone, gli apostoli non mancheranno neppure delle cose che non portano seco. La

stessa cosa deve intendersi delle due tuniche nessuno di loro ritenga di doverne portare un’altra oltre

quella che indossa, timoroso di poterne avere bisogno, in quanto può averla grazie a quella potestà di

cui abbiamo parlato».

(Beda il Vener., In Evang. Marc., 2, 6, 6-9)

2. La vocazione degli apostoli

I discepoli di Giovanni, avendolo sentito parlare con Nostro Signore, abbandonarono il loro maestro e

seguirono Nostro Signore. La voce non poteva trattenere discepoli accanto a sé, e li inviò al Verbo

(cf.Gv 1,29-37). Conviene, infatti, che all’apparire della luce del sole, si spenga la luce della lanterna.

Giovanni non restò che per porre fine al proprio battesimo con i] battesimo di Nostro Signore; poi

morí, e tra i morti fu un araldo coraggioso come lo era stato nel seno di sua madre, simbolo del

sepolcro.

Le parole: “Abbiamo trovato il Signore” (Gv 1,41), manifestano che la fama del Signore si era diffusa

fin dall’epoca dei Magi e si era rafforzata a motivo del battesimo da parte di Giovanni e della

testimonianza dello Spirito. Ora il Signore si era allontanato, si era reso di nuovo invisibile per il suo

digiuno di quaranta giorni. Sicché le anime rattristate desideravano avere sue notizie; erano suoi

strumenti, secondo la sua parola: “Io ho scelto voi prima della creazione del mondo” (Gv 15,16.19; Ef

1,4). Si è scelto dei Galilei, un popolo rozzo – infatti i profeti li hanno chiamati gente rozza e abitatori

delle tenebre (cf. Is 9,1) -, ma sono essi che hanno visto la luce e i dottori della legge ne restarono

confusi: “Dio ha scelto gli stolti del mondo per confondere con essi i sapienti” (1Cor 1,27) …

Vennero a lui pescatori di pesci e divennero pescatori di uomini (cf. Lc 5,10), come è scritto: “Ecco io

invierò numerosi pescatori” – dice il Signore -” che li pescheranno; quindi invierò numerosi cacciatori

che daranno loro la caccia su ogni monte, su ogni colle” (Ger 16,16). Se avesse inviato dei sapienti, si

sarebbe potuto dire che essi avrebbero persuaso il popolo e l’avrebbero di conseguenza conquistato, o

che essi l’avrebbero ingannato e cosí preso. Se avesse inviato dei ricchi, si sarebbe detto che essi

avrebbero schernito il popolo nutrendolo oppure che l’avrebbero corrotto con l’argento, e in questo

modo dominato. Se avesse inviato degli uomini forti, si sarebbe detto che questi li avrebbero sedotti con

la forza, o costretti con la violenza.

Ma gli apostoli non avevano nulla di tutto ciò. Il Signore lo indicò a tutti con l’esempio di Simone. Era

pusillanime, poiché fu colto da spavento alla voce di una serva; era povero, infatti non poté nemmeno

pagare la sua parte di tributo, un mezzo statere: “Non possiedo né oro, dice, né argento” (At 3,6; cf. Mt

17,24-27). Era incolto, poiché quando rinnegò il Signore, non seppe tirarsi indietro con l’astuzia.

Dunque partirono, questi pescatori di pesci, e riportarono la vittoria sui forti, i ricchi e i sapienti.

Miracolo grande! Deboli com’erano, attraevano, senza violenza, i forti alla loro dottrina; poveri,

istruivano i ricchi; ignoranti, facevano dei saggi e dei prudenti i loro discepoli. La sapienza del mondo

ha ceduto il posto a quella sapienza che è di per sé sapienza delle sapienze.

(Efrem, Diatessaron, 4, 3, 17 s. 20)

3. Tipologia dell’annunciatore del Regno

“E ogni volta che qualcuno non vi riceverà, uscendo da quella città scuotete la polvere dai vostri piedi,

in testimonianza contro di loro” (Lc 9,5).

Gli insegnamenti del Vangelo indicano come deve essere colui che annunzia il Regno di Dio: senza

bastone, senza bisaccia, senza calzature, senza pane, senza denaro, cioè a dire non preoccupato di cercare

l’appoggio dei beni di questo mondo, stando sicuro nella sua fede che quanto meno cercherà i beni

temporali tanto piú essi gli basteranno. Chi vuole, può intendere tutto questo passo nel senso che esso

ha lo scopo di formare uno stato d’animo tutto spirituale, come di chi si è spogliato del corpo a mo’

d’un vestito, non soltanto rinunziando a ogni forma di potere e disprezzando le ricchezze, ma ignorando

anche ogni bisogno della carne.

A costoro è fatta, prima di tutto, una raccomandazione generale che riguarda la pace e la costanza: essi

porteranno ovunque la pace, andranno con costanza, osserveranno le norme e gli usi dell’ospitalità,

poiché non si addice al predicatore del regno celeste correre di casa in casa e mutare con ciò le leggi

inviolabili appunto dell’ospitalità. Ma se si suppone che generalmente sarà loro offerto il beneficio

dell’ospitalità, tuttavia, nel caso che essi non siano bene accolti, vien loro impartito l’ordine di scuotersi

la polvere di dosso e uscire dalla città. Questo ci insegna che una generosa ospitalità non riceve una

ricompensa mediocre: non soltanto infatti noi procuriamo la pace ai nostri ospiti ma, se essi sono

coperti da una leggera polvere di colpa, potranno togliersela accogliendo bene i predicatori apostolici.

Non senza motivo in Matteo viene ordinato agli apostoli di scegliere bene la casa dove entreranno (cf.

Mt 10,11), in modo da non trovarsi nella necessità di cambiare casa o di violare gli usi dell’ospitalità.

Tuttavia, non si rivolge la stessa raccomandazione a colui che riceve l’ospite, nel timore che, operando

una scelta fra gli ospiti, si finisca col limitare il dovere di ospitalità.

Se noi con tutto questo abbiamo offerto, nel suo senso letterale, un valido precetto che riguarda il

carattere religioso dell’ospitalità, tuttavia ci viene suggerita l’interpretazione spirituale del mistero. Ecco,

quando si sceglie una casa, si ricerca un ospite degno. Vediamo un po’ se per caso non sia la Chiesa che

viene indicata alla nostra ricerca, e vediamo se l’ospite da scegliere non sia per caso Cristo. C’è una casa

piú degna della santa Chiesa per accogliere la predicazione apostolica? E quale ospite potrà essere

preferito a tutti gli altri, se non il Cristo? Egli è solito lavare i piedi ai suoi ospiti (cf. Gv 13,5) e, quanti

egli riceve nella sua casa, non tollera che vi soggiornino con i piedi sporchi, ma, per quanto fangosi

possano essere a causa della vita passata, egli si degna di lavarli per consentire che sia proseguito il

viaggio. E’ dunque lui che nessuno deve lasciare, né cambiare con un altro. A lui giustamente si dice:

“Signore, a chi andremo noi? Tu hai parole di vita eterna, e noi crediamo” (Gv 6,68-69).

(Ambrogio, Exp. in Luc., 6, 65-67)

4. Non possedere due tuniche

E’ infatti un dovere proprio degli apostoli, piuttosto che del popolo, che se uno ha due tuniche, una la

dia a chi non ne ha. E perché tu sappia che questo consiglio conviene agli apostoli piú che alle folle,

ascolta ciò che il Salvatore dice loro: “Non portate per via due tuniche” (Mt 10,10).

Sta di fatto che questi due abiti, dei quali uno serve a vestirci e l’altro ci vien consigliato di darlo a chi

non ne ha, hanno un altro significato. Insomma il Salvatore, cosí come noi «non dobbiamo servire due

padroni» (cf.Lc 16,3; Mt 6,24), vuole che non possediamo due tuniche e non siamo avvolti in un

duplice abito, in quanto uno è l’abito del vecchio uomo e l’altro l’abito dell’uomo nuovo. Egli al

contrario desidera vivamente che noi «ci spogliamo del vecchio uomo per rivestirci dell’uomo nuovo»

(cf. Col 3,9-10). Fin qui la spiegazione è facile.

Ma ci si chiede soprattutto perché, alla luce di questa interpretazione, venga ordinato di dare una tunica

a chi non ne ha. Qual è l’uomo che non ha sul suo corpo neppure un abito, che è nudo, che non è

coperto assolutamente da nessuna veste? Io non dico in verità che con questo precetto non ci venga

comandato di essere generosi, di avere pietà per i poveri e di possedere una bontà illimitata, tanto da

spingerci a coprire coloro che sono nudi coll’altra nostra tunica; ma affermo che questo passo ammette

un’interpretazione piú profonda. Noi dobbiamo donare una tunica a chi ne è completamente

sprovvisto: chi è quest’uomo senza tunica? E’ colui che è assolutamente privo di Dio. Noi dobbiamo

spogliarci e dare la tunica a chi è nudo. Uno possiede Dio, e l’altro, cioè il potere avversario, ne è del

tutto privo. E cosí come sta scritto: “precipitiamo i nostri delitti in fondo al mare” (Mi 7,19), nello

stesso senso dobbiamo buttar via lontano da noi i vizi e i peccati e gettarli su colui che è stato per noi la

causa di essi.

(Origene, In Evang. Luc., 23, 3)

5. L’unzione dell’olio

Cose simili a queste sono anche in Luca. Guarivano i malati ungendoli di olio è un particolare del solo

Marco (Mc 6,13), ma c’è qualcosa di simile nella lettera di Giacomo ove dice: “Sta male qualcuno in

mezzo a voi, ecc.” (Gc 5,14-15). L’olio è un rimedio per la stanchezza ed è fonte di luce e di gioia.

L’unzione dell’olio, quindi, significa la misericordia di Dio, il rimedio delle malattie e l’illuminazione

del cuore. Che la preghiera faccia tutto questo lo sanno tutti; l’olio, come credo, è simbolo di queste

cose.

(Cirillo di Ales., In Marcum comment. 6, 13)

6. Il sacerdote, profeta di verità, anche se sgradito

Non è degno d’un imperatore interdire la libertà di parola e non è degno d’un sacerdote non dire ciò

che pensa. Niente in voi imperatori è cosí democratico e amabile, quanto gradire la libertà, anche in

quelli che vi devono l’obbedienza militare. Questa è la differenza che passa tra i buoni e i cattivi

principi: i buoni amano la libertà, i cattivi la schiavitú. Niente in un sacerdote è cosi pericoloso presso

Dio e turpe presso gli uomini quanto il non dire liberamente ciò ch’egli pensa. Sta scritto: “Parlavo a

tua testimonianza in faccia ai re e non mi vergognavo” (Sal 118,46) e altrove: “Figlio dell’uomo, ti ho

messo a guardia della casa d’Israele, perché, se il giusto dovesse lasciar la via della giustizia e

commettesse un delitto e tu non gli dicessi niente, non rimarrà nessun ricordo della sua passata giustizia

e chiederò conto a te della sua condanna. Se però tu aprirai gli occhi al giusto, in modo che non cada

nel peccato, ed egli non peccherà, il giusto vivrà e, perché tu gli parlasti, anche la tua vita sarà

salva” (Ez 3,17-19).

(Ambrogio, Epist., 40, 2)

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A cura di Gino Prandina, fraternità dell’Hospitale e AxA associazioni artisti per l’arte sacra Vicenza, digit: artesacravicenza.org I commenti teologici

sono tratti dai manoscritti di H.U.V.Balthasar e e M.v.Speryr

 

 

 

 

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A cura di Gino Prandina, fraternità dell’Hospitale e AxA associazioni artisti per l’arte sacra Vicenza.

digit: artesacravicenza.org

I commenti teologici sono tratti dai manoscritti diartesacravicenza.org / A cura di Gino Prandina, Fraternità dell’Hospitale, aXa Associazioni artisti per l’Arte sacra.

La sezione “Teologia” è tratta dagli scritti di H.U. von Balthasar e Adrienne von Speyr.