DOMENICA IV di quaresima A

IV DOMENICA DI QUARESIMA (anno A)

Commento artistico-teologico-patristico

El greco-guarigione del-cieco-dresden

 

 

 

 

 

 

El Greco, “Gesù Cristo guarisce il cieco nato”, c. 1567, Olio su tavola, 65,5 x 84 cm, Gemäldegalerie, Dresden

 

L’arte

I temi della luce e del “vedere” sono al centro della teologia giovannea e in particolare nella narrazione della guarigione del cieco nato.

Il cieco dalla nascita che, guarito, si trasforma in discepolo e testimone, diventa rappresentativo dell’intera vita pubblica di Gesù e apre ai temi della passione che prenderanno simbolicamente avvio con il racconto della risurrezione di Lazzaro.

Gesù vide un uomo cieco: questa affermazione sottolinea la prospettiva giovannea che l’iniziativa è divina. È lui che vede. Nelle nozze di Cana, Maria, anticipa il vedere di Gesù e viene rimandata all’Ora. Solo Gesù vede e proprio perché lui vede anche noi, poi, vediamo.

Del resto nell’ uomo cieco viene sintetizzata l’umanità tutta: l’episodio dimostrerà come tutti, in definitiva, siamo ciechi, e chiamati progressivamente a vedere la luce vera che è Cristo. Ma se alcuni, appunto si aprono alla luce, altri vi si chiudono irrimediabilmente.

El Greco dedica al raccondo del cieco nato ben tre tele sostanzialmente simili, ma con delle varianti estremamente significative.

Domenikos, dall’isola natale, si trasferì a Venezia attorno al 1567, a 26 anni come pittore già famoso. L’anno prima era stato eletto papa Pio V e tutta la Chiesa era pervasa dalle tensioni con il Protestantesimo. Il soprannome “el greco” gli viene dato dopo il trasferimento a Toledo, attorno al 1576, là vi giunse dopo un soggiorno di circa due anni a Roma dal 1570 al 1572, e un periodo a Caprarola per adempiere ad una commissione.

In questi anni di grande trasformazione per l’attività artistica di Domenikos si collocano le tre tele sul tema evangelico del cieco nato. In ciascuna l’episodio conosce una scansione di tre tempi, come del resto fece redazionalmente l’evangelista Giovanni: una prima scena con Gesù presente di fronte al cieco nato. Una seconda dove Gesù è assente e il giovane sanato discute con conoscenti e farisei. Una terza che vede ancora Gesù presente che conduce il giovane alla fede e rivela ai capi la loro cecità. Ad ogni scena corrisponde un titolo rivelativo del mistero di Gesù: uomo, profeta, Signore.

Il tutto si attua nella cornice liturgica della festa delle Capanne. In questa festa gli ebrei dormivano all’aperto per rievocare il soggiorno dei padri nel deserto durante l’esodo. Si accendevano fuochi e anche nel tempio ardevano grandi lampade a ricordo di quel viaggio in cui la fiaccola ardente di JHWH accompagnava il cammino del popolo. Si rievocava anche il miracolo dell’acqua scaturita dalla roccia. Per questo la piscina di Siloe – il cui nome significa, come ricorda il testo giovanneo, “Inviato” – era uno dei luoghi privilegiati per le celebrazioni delle Capanne. Questa vasca era forse collegata alla sorgente di Ghicon mediante una galleria, e le sue acque erano ritenute miracolose. La guarigione del cieco avviene poi in giorno di sabato. Tali elementi permettono a Gesù di rivelare la sua identità; egli, luce del mondo, è la via (l’Inviato del Padre), la verità (la luce) e la vita (l’acqua). Egli è Signore del Sabato. Nella tela di Dresda, accanto alla piscina, in primo piano c’è un cane, simbolo di fedeltà.

La prima tela di El Greco si trova ora a Dresda, e gli studiosi la datano attorno al 1567, quindi all’inizio del suo soggiorno veneziano. L’artista che, nella sua isola natale, si era formato alla scuola dell’arte delle Icone, scopre a Venezia le grandi visioni del Tintoretto e ne resta affascinato. In questa prima tela l’incontro fra Cristo e il cieco è collocato sul lato sinistro e la piscina di Siloe è posta in primo piano, ben evidente.

Non così nella tela sopra riprodotta, ora a Parma, dove la piscina è ormai alle spalle. Gesù, infatti, è il vero Inviato: se anche si oppone al sabato, non si oppone però al cammino di obbedienza cui vincola la tradizione. In questa scena Gesù non guarisce direttamente il cieco, ma lo manda all’acqua della piscina a lavarsi gli occhi cosparsi di fango. Solo dopo questo gesto il cieco tornerà guarito. Cristo guarisce di sabato non per una volontà esplicita di trasgressione, ma per una profonda fedeltà al precetto stesso del sabato che riguardava la salvezza persona dell’uomo, di cui la guarigione fisica è segno e promessa.

L’agitazione generale che coglie i presenti dice bene il clima che El Greco dovette respirare a Venezia, una città che aveva stretti contatti con le comunità tedesche, scosse dalla questione luterana. Un clima simile registra Giovanni: si nega l’evidenza del miracolo e ci si appella a questioni giuridiche, impedendo ai semplici l’incontro con la Grazia. Nel gruppo assiepato a sinistra si riconoscono alcuni ritratti: forse il giovane principe Alessandro Farnese all’estremità e in mezzo allo schieramento il cardinal Ranuccio Farnese. I personaggi qui identificati, non appariranno nelle altre due versioni.

 

Nella tela di New York l’indifferenza dei presenti è ancora più evidente. La piscina è scomparsa del tutto e in primo piano appare il ritratto di due personaggi dell’epoca, forse i committenti, che qui sembrano rivestire il ruolo dei genitori del ragazzo.
Questi si comportano esattamente come gli altri conoscenti: i Giudei non vollero credere di lui che era stato cieco e aveva acquistato la vista, finché non chiamarono i genitori di colui che aveva ricuperato la vista. E li interrogarono: «È; questo il vostro figlio, che voi dite esser nato cieco? Come mai ora ci vede?». I genitori risposero:

 

«Sappiamo che questo è il nostro figlio e che è nato cieco; come poi ora ci veda, non lo sappiamo, né sappiamo chi gli ha aperto gli occhi; chiedetelo a lui, ha l’età, parlerà lui di se stesso’. Questo dissero i suoi genitori, perché avevano paura dei Giudei; infatti i Giudei avevano già stabilito che, se uno lo avesse riconosciuto come il Cristo, venisse espulso dalla sinagoga» (Gv 9, 18-22).

L’espressione “sappiamo” – oidamen – qui usata dai genitori, ricorre spesso in questo brano, e affiora anche sulle labbra dei farisei. È un’espressione che appare anche nei racconti giovannei di Nicodemo e della Samaritana. Qui però la certezza che esprime il termine “sappiamo”, “conosciamo”, si carica di tutta la resistenza che l’uomo oppone alle ragioni della fede.
I genitori si giustificano per non essere espulsi dalla sinagoga. L’annotazione allude anche alle difficoltà della comunità giudaico-cristiana post-pasquale. Chiunque infatti professava il Crocifisso-Risorto veniva espulso dalla sinagoga. El Greco raffigura i due genitori come dei passanti distratti, ad indicare l’atteggiamento di chi non vuole compromettersi con la verità.
Come nella tela precedente, anche qui, a destra, è descritto il gruppo dei farisei; a differenza di quello di sinistr,a i personaggi esprimono agitazione e perplessità. Un personaggio ripreso di spalle sembra indicare l’oggetto della discussione in atto: il cieco guarito.

«Allora alcuni dei farisei dicevano: ‘Quest’uomo non viene da Dio, perché non osserva il sabato’. Altri dicevano: ‘Come può un peccatore compiere tali prodigi?’. E c’era dissenso tra di loro.
Allora chiamarono di nuovo l’uomo che era stato cieco e gli dissero: ‘Dà gloria a Dio! Noi sappiamo che quest’uomo è un peccatore’. Quegli rispose: ‘Se sia un peccatore, non lo so; una cosa so: prima ero cieco e ora ci vedo’. Allora gli dissero di nuovo: ‘Che cosa ti ha fatto? Come ti ha aperto gli occhi?’. Rispose loro: ‘Ve l’ho già detto e non mi avete ascoltato; perché volete udirlo di nuovo? Volete forse diventare anche voi suoi discepoli?’. Allora lo insultarono e gli dissero: ‘Tu sei suo discepolo, noi siamo discepoli di Mosé! Noi sappiamo infatti che a Mosé ha parlato Dio; ma costui non sappiamo di dove sia’. Rispose loro quell’uomo: ‘Proprio questo è strano, che voi non sapete di dove sia, eppure mi ha aperto gli occhi. Ora, noi sappiamo che Dio non ascolta i peccatori, ma se uno è timorato di Dio e fa la sua volontà, egli lo ascolta’». (Gv 9, 16. 24-31)
Anche di fronte ai farisei il cieco guarito testimonia la verità. Contrasta quella sua semplice dichiarazione «se sia un peccatore non lo so» con la presunta certezza dei capi: «Noi sappiamo che quest’uomo è un peccatore». Poco prima di nuovo interrogato dalla folla su Gesù egli aveva dichiarato: «È un profeta!» (Gv 9,17).
Questo cieco che , posto sotto interrogatorio, progredisce nella fede in Cristo corrisponde simbolicamente al lettore del vangelo di Giovanni: dopo il percorso di istruzione avvenuto nel corso dell’anno liturgico (catecumenato), nella meditazione della Pasqua (il grande processo su Gesù) giunge alla fede piena (illuminazione battesimale). Ormai è giunto a vedere chiaramente il mistero.
Se osserviamo le tre figure del il cieco, dell’uomo di spalle a sinistra e a destra, non possiamo non notare una qua somiglianza e un rimando evidente nei colori delle vesti.
Il cieco-nato dinanzi a Gesù veste un drappo arancio, e resta in ombra rispetto al braccio e alla mano del Maestro che appaiono in piena luce. Il personaggio dipinto a sinistra, mentre sta indicando qualcosa fuori campo, potrebbe essere lo stesso cieco ormai guarito che ora veste un drappo con i colori rosso e azzurro, identici a Cristo: egli è stato rivestito della Grazia del Cristo, Verbo del Padre. Il personaggio a destra, impegnato nella diatriba con i farisei, assomma nelle sue vesti i colori del cieco e dell’uomo di spalle: sembra incarnare il Cieco divenuto ormai discepolo che raccontando quanto gli è capitato (la parte arancio dell’abito) può testimoniare la sua appartenenza a Cristo (le parti rosse e blu dell’abito).
La scena riproduce efficacemente il clima che registra l’evangelista Giovanni: il processo su Gesù è al culmine e il dibattito dei testimoni convocati si fa serrato. Il cieco viene progressivamente lasciato solo. Cristo infatti ritrova il cieco guarito, ormai abbandonato da tutti:

“Gesù seppe che l’avevano cacciato fuori, e incontratolo gli disse: ‘Tu credi nel Figlio dell’uomo?’. Egli rispose: ‘E chi è, Signore, perché io creda in lui?’. Gli disse Gesù: ‘Tu l’hai visto: colui che parla con te è proprio lui’. Ed egli disse: ‘Io credo, Signore!’. E gli si prostrò innanzi (Gv 9, 35-38)”.
È in questa solitudine che Cristo conduce il giovane alla fede adulta: Cristo ora è per lui il Kyrios, il Signore. I colori delle sue vesti risplendono mentre tutti gli altri personaggi sullo sfondo hanno vesti d’un tono meno acceso. L’uomo guarito dalla cecità ora vede chiaramente dentro al mistero mentre agli altri, e con essi a tutti noi, viene rivolta la domanda che chiude il capitolo:

Gesù allora disse: «Io sono venuto in questo mondo per giudicare, perché coloro che non vedono vedano e quelli che vedono diventino ciechi». Alcuni dei farisei che erano con lui udirono queste parole e gli dissero: «Siamo forse ciechi anche noi?» (Gv 9, 39-40). G.P.

Intro

 

La “luce” è uno dei simboli originali delle Sacre Scritture. Essa annuncia la salvezza di Dio. La luce è stata il primo elemento creato, e separa tenebre del caos (Gen 1,3-5). Nei Salmi leggiamo: “Il Signore è mia luce e mia salvezza, di chi avrò paura?” (Sal 28,1). E Isaia: “Alzati, Gerusalemme, rivestiti di luce, perché viene la tua luce, la gloria del Signore brilla sopra di te” (Is 60,1). Non stupisce che il Vangelo di san Giovanni riferisca a Gesù il simbolo della luce. Già nel prologo si dice del Logos: “In lui era la vita, e la vita era la luce degli uomini; la luce splende nelle tenebre, ma le tenebre non l’hanno accolta” (Gv 1,4-5). La luce è ciò che rischiara l’oscurità, ciò che libera dalla paura che ispirano le tenebre, ciò che dà un orientamento e permette di riconoscere la meta e la via. Senza luce, non c’è vita.
Il racconto della guarigione del cieco è una “storia di segni” caratteristica di san Giovanni. Essa mette in evidenza che Gesù è “la luce del mondo” (v. 5, cf. 8, 12), che egli è la rivelazione in persona e la salvezza di Dio – offerte a tutti.

 

Il vangelo

Gv 9,1-41. Andò, si lavò e tornò che ci vedeva

 

Dal Vangelo secondo Giovanni

In quel tempo, Gesù passando vide un uomo cieco dalla nascita e i suoi discepoli lo interrogarono: «Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?». Rispose Gesù: «Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è perché in lui siano manifestate le opere di Dio. Bisogna che noi compiamo le opere di colui che mi ha mandato finché è giorno; poi viene la notte, quando nessuno può agire. Finché io sono nel mondo, sono la luce del mondo».
Detto questo, sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco e gli disse: «Va’ a lavarti nella piscina di Sìloe», che significa “Inviato”. Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva.
Allora i vicini e quelli che lo avevano visto prima, perché era un mendicante, dicevano: «Non è lui quello che stava seduto a chiedere l’elemosina?». Alcuni dicevano: «È lui»; altri dicevano: «No, ma è uno che gli assomiglia». Ed egli diceva: «Sono io!». Allora gli domandarono: «In che modo ti sono stati aperti gli occhi?». Egli rispose: «L’uomo che si chiama Gesù ha fatto del fango, me lo ha spalmato sugli occhi e mi ha detto: “Va’ a Sìloe e làvati!”. Io sono andato, mi sono lavato e ho acquistato la vista». Gli dissero: «Dov’è costui?». Rispose: «Non lo so».
Condussero dai farisei quello che era stato cieco: era un sabato, il giorno in cui Gesù aveva fatto del fango e gli aveva aperto gli occhi. Anche i farisei dunque gli chiesero di nuovo come aveva acquistato la vista. Ed egli disse loro: «Mi ha messo del fango sugli occhi, mi sono lavato e ci vedo». Allora alcuni dei farisei dicevano: «Quest’uomo non viene da Dio, perché non osserva il sabato». Altri invece dicevano: «Come può un peccatore compiere segni di questo genere?». E c’era dissenso tra loro. Allora dissero di nuovo al cieco: «Tu, che cosa dici di lui, dal momento che ti ha aperto gli occhi?». Egli rispose: «È un profeta!». Ma i Giudei non credettero di lui che fosse stato cieco e che avesse acquistato la vista, finché non chiamarono i genitori di colui che aveva ricuperato la vista. E li interrogarono: «È questo il vostro figlio, che voi dite essere nato cieco? Come mai ora ci vede?». I genitori di lui risposero: «Sappiamo che questo è nostro figlio e che è nato cieco; ma come ora ci veda non lo sappiamo, e chi gli abbia aperto gli occhi, noi non lo sappiamo. Chiedetelo a lui: ha l’età, parlerà lui di sé». Questo dissero i suoi genitori, perché avevano paura dei Giudei; infatti i Giudei avevano già stabilito che, se uno lo avesse riconosciuto come il Cristo, venisse espulso dalla sinagoga. Per questo i suoi genitori dissero: «Ha l’età: chiedetelo a lui!».
Allora chiamarono di nuovo l’uomo che era stato cieco e gli dissero: «Da’ gloria a Dio! Noi sappiamo che quest’uomo è un peccatore». Quello rispose: «Se sia un peccatore, non lo so. Una cosa io so: ero cieco e ora ci vedo». Allora gli dissero: «Che cosa ti ha fatto? Come ti ha aperto gli occhi?». Rispose loro: «Ve l’ho già detto e non avete ascoltato; perché volete udirlo di nuovo? Volete forse diventare anche voi suoi discepoli?». Lo insultarono e dissero: «Suo discepolo sei tu! Noi siamo discepoli di Mosè! Noi sappiamo che a Mosè ha parlato Dio; ma costui non sappiamo di dove sia». Rispose loro quell’uomo: «Proprio questo stupisce: che voi non sapete di dove sia, eppure mi ha aperto gli occhi. Sappiamo che Dio non ascolta i peccatori, ma che, se uno onora Dio e fa la sua volontà, egli lo ascolta. Da che mondo è mondo, non si è mai sentito dire che uno abbia aperto gli occhi a un cieco nato. Se costui non venisse da Dio, non avrebbe potuto far nulla». Gli replicarono: «Sei nato tutto nei peccati e insegni a noi?». E lo cacciarono fuori.
Gesù seppe che l’avevano cacciato fuori; quando lo trovò, gli disse: «Tu, credi nel Figlio dell’uomo?». Egli rispose: «E chi è, Signore, perché io creda in lui?». Gli disse Gesù: «Lo hai visto: è colui che parla con te». Ed egli disse: «Credo, Signore!». E si prostrò dinanzi a lui. Gesù allora disse: «È per un giudizio che io sono venuto in questo mondo, perché coloro che non vedono, vedano e quelli che vedono, diventino ciechi». Alcuni dei farisei che erano con lui udirono queste parole e gli dissero: «Siamo ciechi anche noi?». Gesù rispose loro: «Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: “Noi vediamo”, il vostro peccato rimane».
Le parole

Luce-tenebre. Il cieco dalla nascita, insieme alla luce degli occhi, acquista anche la luce della fede: ha chiesto una luce e ne riceve due. I farisei, al contrario, non accolgono la luce che è Gesù e, come i malati che ritenendosi sani rifiutano la guarigione, restano nelle tenebre. Ognuno sceglie la propria strada. I farisei persistono nel disconoscimento di Gesù (“non viene da Dio… non rispetta il sabato… è un peccatore… costui non sappiamo di dove sia”). Il cieco imbocca decisamente la strada verso la luce della fede (“l’uomo che si chiama Gesù mi ha guarito… è un profeta!… io credo, Signore, che sei il Figlio di Dio”).

Guarigione. E oggi che si presume ogni conoscenza? La buona notizia è che la porta del Regno di Dio non è l’essere giusti, ma il riconoscersi ciechi, poveri, incapaci di camminare. La fede, molto prima di essere una conquista è un dono da accogliere. Per guarire il cieco Gesù usa fango e saliva, una strana medicina. La fede in Gesù va poi vissuta nella nostra storia, riaprendo gli occhi serrati dall’egoismo e riconoscendo che l’altro è un fratello.

Fango. Il fango che Cristo ha preparato, indica l’opera taumaturgica di Cristo, una sorta di nuova creazione. Si può essere malati ma redenti, perché uniti a Dio, e si può essere sani ma non possedere la vista spirituale.
Alberi che camminano. “Attraverso un impasto di saliva e di terra Gesù strofina le orbite del cieco e lui improvvisamente vede. È cieco dalla nascita e la prima cosa che vede sono degli… uomini. E li descrive così: alberi che camminano. Ecco è un’immagine grandiosa, la più bella immagine riferita alla figura umana” (Erri de Luca).

 

La teologia

1 Sam 16,1. 4. 6-7. 10-13; Ef 5, 8-14; Gv 9,1-41

 

  1. «Affinché i ciechi diventino vedenti e i vedenti ciechi». La lunga, drammatica storia della guarigione del cieco nato corre su questa alternativa: chi riconosce che deve la sua vista, la sua fede a Cristo, costui viene mediante la pura grazia del Signore definitivamente alla luce; ma chi pensa di essere da sé, e senza dover nulla alla grazia, vedente e credente, costui è già cieco e lo sarà definitivamente. E quanto dice Gesù come ultima cosa ai farisei: «Se voi foste (interamente) ciechi, non avreste nessun peccato. Ma ora voi dite: noi vediamo. Perciò il vostro peccato resta». Il nato cieco, che Gesù incontra, non prega Gesù di renderlo vedente e non viene neppure richiesto da Gesù se vuole diventare vedente; egli è semplicemente un oggetto di dimostrazione in cui l’agire di Dio deve farsi manifesto. E poi si trasforma lentamente in un perfetto credente. Dapprima porge l’orecchio senza comprendere: «Va’, lavati. E quell’uomo andò e si lavò». Poi gli capita di trovarsi, rispetto alla sua guarigione, senza sapere chi l’abbia guarito. Davanti ai farisei diventa più audace e confessa riguardo a chi l’ha guarito che è un profeta; e poiché i suoi genitori avevano paura di questa confessione, lui acquista il coraggio di sfidare i suoi avversari («Volete anche voi diventare suoi discepoli?»), anzi di lasciarsi gettar fuori dalla sinagoga. In tal modo egli è maturo per incontrare Gesù, e poiché questi gli si dà a conoscere, per adorarlo nella fede. Dalla tenebra senza speranza egli entra nella più pura luce della fede, tutto nella forza di una grazia donata e non richiesta, la cui logica egli segue obbediente, e che cresce in lui come un grano di senape e diventa il più grande degli alberi.
  2. Consideriamo nella prima lettura l’evento dell’elezione di Davide. Questa è come una conferma del fatto che il più piccolo e da nessuno considerato (né da Jesse, ne da Samuele) è improvvisamente il giusto, scelto da Dio, che supera tutti i suoi grandi fratelli. «Dio non vede cioè quel che guarda l’uomo», vien detto al profeta che cerca il re da ungere. «Da questo giorno in poi», non prima, si dice che «lo Spirito del Signore era sopra Davide», e che lo fa crescere fino a divenire un simbolo e un antenato di Gesù, un profeta, che nella tragica infelicità della sua età avanzata anticipa qualcosa della passione del suo discendente. Come il cieco guarito viene alla fine espulso dalla sinagoga.
  3. La seconda lettura ci esorta semplicemente a vivere come «figli della luce». Tutti noi siamo andati per la strada del cieco nato: «Una volta eravate tenebra, ora (voi siete) luce nel Signore», cioè attirati dal Signore, che è la luce del mondo, nella sua luce: perciò «camminate come figli della luce». In quanto tali noi dobbiamo, come il cieco nato, attirare l’oscurità alla luce, convincerla a diventare visibile, come appare illuminata dalla luce e, qualora si lascia convincere, a diventare essa stessa luce. Qui come nel grande racconto del Vangelo risulta chiaro che la luce di Gesù non soltanto illumina, ma trasforma l’illuminato stesso in luce che irradia e che opera insieme con la luce di Gesù.

 

I Padri

 

Guarigione di un cieco nato.

L’illuminazione del cieco è molto significativa. Il cieco nato rappresenta il genere umano, che fu colto dalla cecità nel primo uomo quando peccò. Come la cecità ebbe origine dall’infedeltà, così l’illuminazione nasce dalla fede.

Il racconto che vi è stato letto di quell’uomo che era nato cieco e che il Signore illuminò, è molto lungo; e se volessimo commentarlo punto per punto come meriterebbe e nei limiti delle nostre forze, non basterebbe un giorno intero. Prego quindi ed esorto la vostra carità a non pretendere la spiegazione di quelle parti che sono chiare; si andrebbe troppo per le lunghe se ci dovessimo fermare su ogni particolare. Cercherò quindi di illustrarvi brevemente il mistero del cieco illuminato. Tutti i prodigi straordinari compiuti da nostro Signore Gesù Cristo sono insieme dei fatti e delle parole; dei fatti perché sono veramente accaduti, delle parole perché hanno un significato. Se noi riflettiamo sul significato di questo fatto, ravvisiamo in questo cieco l’intero genere umano: tale cecità gli incolse mediante il peccato nella persona del primo uomo dal quale tutti abbiamo tratto l’origine non solo della morte ma anche del peccato. Se infatti la cecità rappresenta l’infedeltà e l’illuminazione la fede, il Cristo, allorché venne nel mondo, chi trovò fedele, dal momento che l’Apostolo nato dalla stirpe dei profeti afferma: Un tempo eravamo anche noi per natura figli dell’ira, come tutti gli altri (Ef 2, 3)? Se eravamo figli dell’ira, eravamo figli della vendetta, figli della condanna, figli della geenna. In che senso per natura, se non perché col peccato del primo uomo il male infettò la natura? Se il male infettò la natura, ogni uomo spiritualmente nasce cieco. Se vedesse, non avrebbe bisogno di guida: se ha bisogno di chi lo guidi e lo illumini, è perché è cieco dalla nascita.Il Signore è venuto; e che ha fatto? Ci ha indicato un grande mistero. Sputò in terra (Gv 9, 6) e con la saliva fece del fango: il Verbo si fece carne (cf. Gv 1, 14). Col fango spalmò gli occhi del cieco; il quale tuttavia, sebbene così unto, non vedeva ancora. Lo inviò alla piscina di Siloe. L’evangelista si preoccupò di spiegarci il nome di questa piscina, dicendo: che vuol dire Inviato (Gv 9, 7). Voi sapete già chi è l’Inviato: se il Cristo non fosse stato inviato, nessuno di noi sarebbe stato liberato dal male. Il cieco si lavò gli occhi in quella piscina il cui nome significa l’Inviato; cioè fu battezzato nel Cristo. Pertanto, se battezzandolo, per così dire, in se stesso, lo illuminò, si può dire che quando gli spalmò gli occhi lo fece catecumeno. Certo, la profondità di questo grande sacramento si può esporre e illustrare in vari modi; ma alla vostra Carità basti sapere che si tratta di un grande mistero. Domanda a uno: Sei cristiano? Se è pagano o giudeo ti risponderà di no; ma se ti risponderà di sì, domandagli ancora: Sei catecumeno o fedele? Se ti risponde che è catecumeno, vuol dire che i suoi occhi sono stati spalmati di fango, ma che ancora non è stato lavato. In che senso gli sono stati spalmati gli occhi di fango? Domandaglielo e te lo dirà. Domandagli in chi crede, ed egli, per il fatto che è catecumeno, dirà: In Cristo. Io sto parlando ora a dei fedeli e a dei catecumeni. Cosa ho detto a proposito della saliva e del fango? Che il Verbo si fece carne. Ciò è noto anche ai catecumeni. Non è sufficiente che i loro occhi siano stati spalmati di fango; si affrettino a lavarsi, se vogliono vedere.Dovendo ora dedicare l’attenzione a talune questioni che si incontrano in questo passo, anziché fermarci sui dettagli, scorreremo rapidamente le parole del Signore e l’insieme della narrazione. Passando vide un uomo cieco, non un cieco qualsiasi, ma un cieco dalla nascita. I suoi discepoli gli chiesero: Rabbi (Gv 9, 1-2). Voi sapete che Rabbi vuol dire Maestro. Lo chiamavano Maestro perché volevano imparare: e appunto come ad un maestro rivolgono al Signore la domanda: Chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché nascesse cieco? Gesù rispose: Né lui ha peccato, né i suoi genitori (Gv 9, 2-3), perché nascesse cieco. Che ha detto? Se nessun uomo è senza peccato, come era possibile che i genitori di questo cieco fossero senza peccato? E forse anche lui era nato senza il peccato originale e, vivendo, non vi aveva aggiunto nulla di suo? Egli aveva gli occhi chiusi, ma non per questo i suoi desideri erano spenti. Quanto male possono fare i ciechi! Da quale male si astiene chi ha l’animo cattivo, anche se ha gli occhi chiusi? Non poteva vedere ma poteva pensare, e poteva desiderare cose che un cieco non può compiere e che tuttavia non sfuggono al giudizio di colui che scruta i cuori. Ora, se i suoi genitori avevano peccato, e anche lui, perché il Signore disse: Né lui ha peccato né i suoi genitori, se non in rapporto a quanto gli era stato chiesto, e per cui quello sarebbe nato cieco? Certamente i suoi genitori avevano peccato, ma non per questo egli era nato cieco. E se non era nato cieco per il peccato dei suoi genitori, per quale altra ragione era nato cieco? Ascolta il Maestro che te lo spiega. Egli ti chiede la fede per darti intelligenza. Egli ti spiega la ragione per cui quello è nato cieco: Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma fu perché siano manifestate in lui le opere di Dio.Cosa dice poi il Signore? E’ necessario che io compia le opere di colui che mi ha inviato. Ecco l’Inviato nel quale il cieco si lavò la faccia. Notate le sue parole: E’ necessario che io compia le opere di colui che mi ha inviato, finché è giorno. Notate come sempre attribuisce tutta la gloria a colui dal quale ha origine; perché questi ha un Figlio che da lui ha origine, mentre egli stesso non deve a nessuno la sua origine. Ma perché, Signore, hai detto: Finché è giorno? Sta a sentire perché. Viene la notte quando nessuno può più operare (Gv 9, 4). Nemmeno tu, o Signore? Sarà così oscura quella notte che neanche tu, che sei l’autore della notte, potrai operare in essa? Penso infatti, o Signore Gesù, anzi non penso ma credo e sono certo che tu eri presente quando Dio disse: Sia luce; e fu luce (Gn 1, 3). Se egli creò per mezzo del Verbo, creò per mezzo tuo, e perciò sta scritto: Tutto è stato fatto per mezzo di lui, e senza di lui nulla è stato fatto (Gv 1, 3). Dio separò la luce dalle tenebre; chiamò luce il giorno, e tenebre la notte (Gn 1, 4-5).Quale notte è questa nella quale, quando sopraggiungerà, nessuno potrà più operare? Ascolta la definizione del giorno e potrai avere un’idea di quella notte. Chi ci parlerà del giorno? Egli stesso: Finché sono nel mondo, io sono la luce del mondo (Gv 9, 5). Ecco, egli stesso è il giorno. E’ nel giorno che il cieco deve lavarsi gli occhi, se vuol vedere il giorno. Finché sono nel mondo – dice – io sono la luce del mondo. Io non so però quale sarà la notte nella quale Cristo non sarà presente, e nella quale nessuno potrà più operare. Dobbiamo ancora cercare. Abbiate pazienza, fratelli miei; lasciate che io cerchi; cerco insieme con voi; possa insieme con voi trovare presso colui dal quale io cerco. Da questo passo risulta in modo chiaro e preciso che il Signore, essendo egli la luce del mondo, intendeva identificarsi col giorno di cui stava parlando. Finché sono nel mondo – dice – io sono la luce del mondo. Anch’egli quindi opera. Ma fino a quando egli è nel mondo? Diremo, fratelli, che vi era allora e adesso non più? Se diciamo questo, vuol dire che con l’ascensione del Signore cominciò quella notte spaventosa nella quale nessuno può più operare. Se dopo l’ascensione del Signore ci troviamo già in questa notte, come hanno potuto gli Apostoli compiere tante opere? Si era già forse in questa notte quando venne lo Spirito Santo e, riempiendo tutti quelli che si trovavano riuniti in un medesimo luogo, concesse loro di parlare nelle lingue di tutte le genti (cf. At 2, 1-6)? Era forse notte quando lo storpio fu guarito dalla parola di Pietro, o meglio dalla parola del Signore dimorante in Pietro (cf. At 3, 6-8)? Era forse notte quando i malati nei loro letti venivano esposti al passaggio dei discepoli perché fossero toccati almeno dalla loro ombra (cf. At 5, 15)? Non pare che il Signore, quando era qui con noi, abbia mai guarito qualcuno solo passando e toccando con la sua ombra; ma egli stesso aveva detto ai discepoli: Voi farete cose più grandi di queste (Gv 14, 12). Sì, è vero, il Signore ha detto che essi avrebbero compiuto opere maggiori delle sue; tuttavia la carne e il sangue, per non insuperbirsi, ricordino le altre parole: Senza di me, voi non potete far nulla (Gv 15, 5).E allora? Che dire di questa notte? Quando sopraggiungerà questa notte nella quale non si potrà più operare? Sarà la notte degli empi, la notte di coloro ai quali alla fine sarà detto: Andate al fuoco eterno, preparato per il diavolo e i suoi angeli (Mt 25, 41). Ma qui si parla di notte, non di fiamme né di fuoco. Ascolta che c’entra anche la notte, quando a proposito di un tal servo si dice: Legatelo mani e piedi, e gettatelo fuori nelle tenebre (Mt 22, 13). Operi dunque l’uomo finché vive, per non essere sorpreso dalla notte in cui non si può più operare. E’ ora che la fede deve operare mediante l’amore; e se ora operiamo, ecco il giorno, ecco il Cristo. Tieni conto della sua promessa e non crederlo assente, avendo egli detto: Ecco che io sono con voi. Fino a quando? Non dobbiamo preoccuparci noi che viviamo ora; dobbiamo anzi trasmettere a coloro che verranno dopo di noi la sicurezza assoluta in queste parole: Ecco, – egli dice – io sono con voi fino alla consumazione dei secoli (Mt 28, 20). Il nostro giorno, che ha termine quando il sole ha compiuto il suo corso, è di poche ore; ma il giorno della presenza di Cristo si estende fino alla consumazione dei secoli. Dopo, però, la risurrezione dei vivi e dei morti, quando a quelli che saranno alla sua destra dirà: Venite, o benedetti del Padre mio, ricevete il regno, e a quelli alla sua sinistra: Andate al fuoco eterno, che fu preparato per il diavolo ed i suoi angeli (Mt 25, 34-41), allora comincerà la notte in cui nessuno potrà più operare, ma soltanto ricevere la ricompensa del suo operato. Altro è il tempo dell’opera, altro quello della ricompensa: il Signore renderà a ciascuno secondo le sue opere (cf. Mt 16, 27). Quel che hai intenzione di fare fallo mentre sei in vita, prima che sopraggiunga la notte fonda che inghiottirà gli empi. Fin d’ora ogni infedele che muore viene assorbito da questa notte in cui non si può più far nulla. E’ in questa notte che il ricco bruciava e implorava una goccia d’acqua sul dito del povero: soffriva, era tormentato, si confessava colpevole, ma nessuno poteva far niente per lui. Invano tentò di compiere un’opera buona dicendo: Padre Abramo! manda Lazzaro dai miei fratelli, per dire loro che cosa accade qui, in modo che non vengano anch’essi in questo luogo di tormento (Lc 16, 24-28). O infelice! quando eri in vita, allora era tempo di operare; ormai sei nella notte in cui nessuno può più operare.Detto questo, sputò in terra e fece con la saliva un po’ di fango, lo spalmò sugli occhi del cieco e gli disse: Va’ a lavarti alla piscina di Siloe (che significa l’Inviato). Quello andò, si lavò e tornò che ci vedeva (Gv 9, 6-7). E’ tutto chiaro, andiamo avanti.

Perciò i vicini e quelli che prima erano soliti vederlo, giacché era un mendicante, dicevano: Ma costui non è quello che era seduto e mendicava? Altri dicevano: E’ lui; altri: No, ma gli assomiglia. Con gli occhi aperti aveva cambiato fisionomia. Egli diceva: Sono proprio io. E’ la voce della gratitudine, dove il silenzio sarebbe colpevole. Gli dissero allora: In che modo si sono aperti i tuoi occhi? Egli rispose: Quell’uomo chiamato Gesù, fece del fango e mi spalmò gli occhi e mi disse: Va’ alla piscina di Siloe e lavati! Ci sono andato, mi son lavato e ci vedo (Gv 9, 8-10). Eccolo diventato annunciatore della grazia; ecco che, diventato veggente, proclama il Vangelo, fa la sua professione di fede. La coraggiosa confessione del cieco spezza il cuore degli empi, i quali non avevano nel cuore ciò che egli ormai possedeva sul volto. E gli dissero: Dov’è colui che ti ha aperto gli occhi? Ed egli: Non lo so. Queste parole dimostrano che la sua anima è ancora simile a uno che ha ricevuto l’unzione e ancora non ci vede. E’ come se avesse avuto quell’unzione nell’anima. Predica il Cristo, che ancora egli non conosce.Condussero quello che era stato cieco dai Farisei. Era di sabato quando Gesù aveva fatto del fango e gli aveva aperto gli occhi. I Farisei dunque lo interrogarono di nuovo, come avesse riacquistata la vista. Ed egli disse loro: Mi ha messo del fango sugli occhi, mi son lavato e ci vedo. Dicevano allora alcuni farisei (Gv 9, 13-16). Non tutti, ma alcuni; qualcuno infatti veniva già toccato dall’unzione. Che dicevano dunque quelli che non vedevano né avevano gli occhi unti? Quest’uomo non viene da Dio, perché non osserva il sabato (Gv 9, 16). In realtà se c’era uno che osservava il sabato era proprio lui, che era senza peccato. In ciò consiste infatti il sabato nel suo valore spirituale: nell’essere liberi dal peccato. A questo, in sostanza, ci chiama il Signore quando ci raccomanda l’osservanza del sabato: Non farete alcuna opera servile (Lv 23, 8). Questo è il precetto divino relativo al sabato: Non farete alcuna opera servile. Richiamate le spiegazioni precedenti, per sapere cosa s’intende per opera servile; ascoltate il Signore: Chiunque commette peccato è schiavo del peccato (Gv 8, 34). Ma costoro che, come dicevo, non erano né veggenti né unti, osservavano il sabato in senso materiale e lo violavano nel suo significato spirituale. Altri dicevano: Come può un peccatore compiere questi segni? (Gv 9, 16). Ecco, questi sono unti. Ed erano in discordia tra loro. Il giorno, cioè il Signore, aveva separato la luce dalle tenebre. Dicono, dunque, di nuovo, al cieco: Tu che dici di colui che ti ha aperto gli occhi? (Gv 9, 17). Che opinione hai di lui? come lo consideri? come lo giudichi? Cercavano un capo d’accusa, per farlo cacciare dalla sinagoga; col risultato però di farlo accogliere dal Cristo. Egli coraggiosamente disse ciò che pensava: E’ un profeta! Essendo ancora nel cuore solo unto, non confessa ancora il Figlio di Dio, e tuttavia dice il vero. Il Signore parlando di se stesso dice: Non c’è profeta privo d’onore, se non nella sua patria (Mt 13, 57).Tuttavia i Giudei non credettero che quello fosse stato cieco e poi avesse riacquistata la vista finché chiamarono i genitori di colui che aveva riacquistato la vista (Gv 9, 18), di colui cioè che era stato cieco e che ora vedeva. E li interrogarono: E’ questo vostro figlio, che voi dite sia nato cieco? come, dunque, ci vede adesso? I genitori di lui risposero: Noi sappiamo che questo è nostro figlio e che nacque cieco; come, poi, ora ci veda, questo non lo sappiamo; o chi gli aprì gli occhi non lo sappiamo. Interrogate lui: ha l’età, parli lui di sé (Gv 9, 19-21). Nostro figlio lo è, ma saremmo costretti a parlare per lui se fosse bambino e non potesse parlare da sé; da molto tempo parla e ora vede; sappiamo che è cieco dalla nascita, sappiamo che da tempo parla e ora costatiamo che ci vede; interrogate lui se volete informazioni; perché volete compromettere noi? I genitori del cieco dissero questo perché avevano paura dei Giudei; infatti, i Giudei avevano già stabilito che se qualcuno riconosceva Gesù come il Cristo doveva essere scacciato dalla sinagoga (Gv 9, 22). Ormai non era più un male essere cacciati dalla sinagoga. I Giudei cacciavano, ma il Cristo accoglieva. Per questo i genitori di lui dissero: Ha l’età, interrogate lui (Gv 9, 23).Chiamarono dunque, di nuovo, colui che una volta era stato cieco, e gli dissero: Da’ gloria a Dio! (Gv 9, 24). Che significa Da’ gloria a Dio? Nega quanto hai ricevuto. Questo però non è dare gloria a Dio, ma piuttosto bestemmiarlo. Da’ gloria a Dio! Noi sappiamo che quest’uomo è peccatore. Rispose: Se è peccatore non lo so; so una cosa soltanto: che prima ero cieco e adesso ci vedo. Allora gli domandarono di nuovo: Che cosa ti ha fatto? In che modo ti aprì gli occhi? (Gv 9, 24-26). Disgustato per l’ostinazione dei Giudei, egli che era cieco e adesso ci vedeva, non riuscendo più a sopportare quei ciechi, rispose loro: Già ve l’ho detto e non mi avete ascoltato; che volete di nuovo sentire? Forse anche voi volete diventare discepoli suoi? (Gv 9, 27). Che significa anche voi, se non: io già lo sono? Anche voi volete?; io vedo, ma non sono geloso da impedirvi di vedere.Lo ingiuriarono e gli dissero: Sii tu discepolo di costui (Gv 9, 28). Cada su noi una tale ingiuria, e sui nostri figli. L’ingiuria era nei loro sentimenti, non nelle loro parole. Noi siamo discepoli di Mosè; noi sappiamo che a Mosè ha parlato Dio; costui, invece, non sappiamo donde sia (Gv 9, 28-29). Se davvero sapeste che a Mosè ha parlato Dio, sapreste che per mezzo di Mosè è stato annunziato il Signore. Vi trovate infatti davanti al Signore che vi dice: Se credeste a Mosè, credereste anche a me; di me infatti egli ha scritto (Gv 5, 46). Vi gloriate di seguire il servitore e voltate le spalle al Signore? In realtà voi non seguite neppure il servitore, altrimenti egli vi condurrebbe al Signore.Rispose quell’uomo: Proprio questo è strano, che voi non sapete di dove sia, eppure mi ha aperto gli occhi! Si sa che Dio non ascolta i peccatori, ma se uno ha il timor di Dio e ne compie la volontà, Dio l’esaudisce (Gv 9, 30-31). Ha ricevuto soltanto l’unzione colui che parla. Dio infatti esaudisce anche i peccatori. Se Dio non esaudisse i peccatori, invano il pubblicano, con gli occhi a terra e battendosi il petto, avrebbe detto: Signore, sii propizio a me peccatore (Lc 18, 13). Questa confessione meritò al pubblicano di essere giustificato, come al cieco di essere illuminato. Da che mondo è mondo, non si è mai udito che uno abbia aperto gli occhi a un cieco nato. Se egli non fosse da Dio, non avrebbe potuto far nulla (Gv 9, 32-33). Egli parla con libertà, con decisione, con verità. Queste opere compiute dal Signore, da chi potrebbero essere compiute se non da Dio? E come avrebbero potuto, i discepoli, compiere tali cose se il Signore non fosse stato in essi?Gli risposero e dissero: Sei nato tutto intero nei peccati. Che significa tutto intero? Significa, con gli occhi chiusi. Ma chi apre gli occhi è lo stesso che salva tutta la persona, e colui che illumina il volto è lo stesso che concederà di stare alla sua destra nella risurrezione. Sei nato tutto intero nei peccati e vuoi insegnare a noi? E lo cacciarono fuori (Gv 9, 34). Lo hanno scelto come maestro, gli hanno rivolto tante domande per imparare, e adesso che lui insegna lo cacciano villanamente.Ma come ho già detto, o fratelli, essi lo cacciano e il Signore lo accoglie; anzi è proprio in seguito alla sua espulsione dalla sinagoga che egli è diventato cristiano. Gesù seppe che l’avevano cacciato fuori, e trovatolo gli disse: Credi nel Figlio di Dio? Adesso gli lava la faccia del cuore. Quegli rispose – come se avesse ancora gli occhi spalmati -: E chi è, Signore, affinché io creda in lui? Gli disse Gesù: L’hai già veduto, e chi parla con te, è lui. Cristo è stato inviato dal Padre e questo cieco si lava la faccia in Siloe, che significa l’Inviato. Lavata finalmente la faccia del cuore e purificata la coscienza, riconoscendo cioè in lui non solo il figlio dell’uomo, che già prima aveva accettato, ma ormai anche il Figlio di Dio che aveva preso carne, disse: Credo, Signore. Ma non contento di dire credo, esprime in modo più esplicito la sua fede: E gettandosi ai suoi piedi, lo adorò (Gv 9, 35-38).

E Gesù disse. Ecco il giorno che distingue la luce dalle tenebre. Io sono venuto in questo mondo per fare un giudizio: perché vedano quelli che non vedono e quelli che vedono diventino ciechi (Gv 9, 39). Che vuol dire questo, o Signore? Presenti un problema profondo a noi che siamo già affaticati; ma sostieni, ti preghiamo, le nostre forze affinché possiamo intendere le tue parole. Sei venuto affinché vedano quelli che non vedono; è giusto, perché tu sei la luce, perché tu sei il giorno, perché tu ci liberi dalle tenebre; questo ognuno lo accetta e ognuno lo comprende. Ma che significa ciò che segue: e quelli che vedono diventino ciechi? Vuol dire forse che, a causa della tua venuta, diventeranno ciechi quelli che vedevano? Ascolta ciò che segue e forse comprenderai.Colpiti sul vivo da queste parole del Signore: affinché quelli che vedono diventino ciechi, alcuni farisei gli dissero: Siamo forse ciechi anche noi? Hai sentito ora il motivo del loro turbamento. Disse loro Gesù: Se foste ciechi non avreste peccato. Essendo la cecità stessa un peccato, se foste ciechi, cioè se vi rendeste conto di essere ciechi, se ammetteste di esserlo, ricorrereste al medico; se foste ciechi in questo senso, non avreste peccato, perché io sono venuto a togliere il peccato; ma dal momento che dite: ci vediamo, il vostro peccato rimane (Gv 9, 40-41). Perché? Perché illudendovi che ci vedete, non cercate il medico e rimanete nella vostra cecità. Questo è il senso di ciò che prima non avevamo capito, quando il Signore aveva detto: Io sono venuto in questo mondo perché vedano quelli che non vedono. Che significa vedano quelli che non vedono? Significa che quanti riconoscono di non vedere e cercano il medico, vedranno. E che significa: e quelli che vedono diventino ciechi? Che quanti si illudono di vedere e non cercano il medico, rimangono nella loro cecità. Questa discriminazione la chiama giudizio, dicendo: Io sono venuto in questo mondo per fare un giudizio, un giudizio che distingua la causa dei credenti e di coloro che professano la loro fede dai superbi, da coloro che credono di vedere e che perciò sono più gravemente accecati. E’ così che il peccatore, riconoscendo la sua colpa e cercando il medico, gli dice: Giudicami, o Dio, e distingui la mia causa da quella di gente empia (Sal 42, 1), cioè dalla causa di coloro che dicono ci vediamo, e il cui peccato rimane. Non si tratta, però, ancora di quel giudizio sul mondo, con cui alla fine giudicherà i vivi e i morti. In ordine a tale giudizio infatti aveva detto: Io non giudico nessuno (Gv 8, 15); perché prima è venuto non per giudicare il mondo, ma affinché il mondo sia salvo per mezzo di lui (Gv 3, 17).Agostino, Omelia 44 sul Vangelo di Giovanni

 

Il cieco nato

E perché essi avevano bestemmiato a proposito delle sue parole: “Prima che Abramo fosse, io ero” (Gv 8,58), Gesú andò verso l’incontro con un uomo, cieco fin dalla nascita: “E i suoi discepoli lo interrogarono: Chi ha peccato, lui o i suoi genitori? Egli disse loro: Né lui, né i suoi genitori, ma è perché Dio sia glorihcato. E’ necessario che io compia le opere di colui che mi ha mandato, finché è giorno” (Gv 9,2-4), fintanto che sono con voi. “Sopraggiunge la notte” (Gv 9,4), e il Figlio sarà esaltato, e voi che siete la luce del mondo, scomparirete e non vi saranno piú miracoli a causa dell’incredulità. “Ciò dicendo, sputò per terra, formò del fango con la saliva, e fece degli occhi con il suo fango” (Gv 9,6), e la luce scaturí dalla terra, come al principio, quando l’ombra del cielo, “la tenebra, era estesa su tutto” ed egli comandò alla luce e quella nacque dalle tenebre (Gen 1,2-3). Cosí «egli formò del fango con la saliva», e guarí il difetto che esisteva dalla nascita, per mostrare che lui, la cui mano completava ciò che mancava alla natura, era proprio colui la cui mano aveva modellato la creazione al principio. E siccome rifiutavano di crederlo anteriore ad Abramo, egli provò loro con quest’opera che era il Figlio di colui che, con la sua mano, “formò” il primo “Adamo con la terra” (Gen 2,7): in effetti, egli guarí la tara del cieco con i gesti del proprio corpo.

Fece ciò inoltre per confondere coloro che dicono che l’uomo è fatto di quattro elementi, poiché rifece le membra carenti con terra e saliva, fece ciò a utilità di coloro che cercavano i miracoli per credere: “I Giudei cercano i miracoli” (1Cor 1,22). Non fu la piscina di Siloe che aprí gli occhi del cieco (cf.Gv 9,7.11), come non furono le acque del Giordano che purificarono Naaman; è il comando del Signore che compie tutto. Ben piú, non è l’acqua del nostro Battesimo, ma i nomi che si pronunciano su di essa, che ci purificano. “Unse i suoi occhi con il fango” (Gv 9,6), perché i Giudei ripulissero l’accecamento del loro cuore. Quando il cieco se ne andò tra la folla e chiese: «Dov’è Siloe?», si vide il fango cosparso sui suoi occhi. Le persone lo interrogarono, egli le informò, ed esse lo seguirono, per vedere se i suoi occhi si fossero aperti.

Coloro che vedevano la luce materiale erano guidati da un cieco che vedeva la luce dello spirito, e, nella sua notte, il cieco era guidato da coloro che vedevano esteriormente, ma che erano spiritualmente ciechi. Il cieco lavò il fango dai suoi occhi, e vide se stesso; gli altri lavarono la cecità del loro cuore ed esaminarono sé stessi. Nostro Signore apriva segretamente gli occhi di molti altri ciechi. Quel cieco fu una bella e inattesa fortuna per il Signore; per suo tramite, acquistò numerosi ciechi, che egli guarí dalla cecità del cuore.

In quelle poche parole del Signore si celavano mirabili tesori, e, in quella guarigione era delineato un simbolo: Gesú figlio del Creatore. “Va’, lavati il viso” (Gv 9,7), per evitare che qualcuno consideri quella guarigione piú come un stratagemma che come un miracolo, egli lo mandò a lavarsi. Disse ciò per mostrare che il cieco non dubitava del potere di guarigione del Signore, e perché, camminando e parlando, pubblicizzasse l’evento e mostrasse la sua fede.

La saliva del Signore serví da chiave agli occhi chiusi, e guarí l’occhio e la pupilla con le acque, con le acque formò il fango e riparò il difetto. Agí cosí, affinché, allorché gli avrebbero sputato in faccia, gli occhi dei ciechi, aperti dalla sua saliva, avessero reso testimonianza contro di essi. Ma essi non compresero il rimprovero che egli volle fare a proposito degli occhi guariti dei ciechi: “Perché coloro che vedono diventino ciechi” (Mt 26,27); diceva questo dei ciechi perché lo vedano corporalmente, e di quelli che vedono perché i loro cuori non lo conoscano. Egli ha formato il fango durante il sabato (cf. Gv 9,14). Omisero il fatto della guarigione e gli rimproverarono di aver formato del fango. Lo stesso dissero a colui “che era malato da trentotto anni: Chi ti ha detto di portare il tuo lettuccio?” (Gv 5,5.12), e non: Chi ti ha guarito? Qui, analogamente: «Ha fatto del fango durante il sabato». E cosí, anzi per molto meno, non si ingelosirono di lui e non lo rinnegarono, quando guarí un idropico, con una sola parola, in giorno di sabato? (cf. Lc 14,1-6). Cosa gli fece dunque guarendolo? Egli fu purificato e guarito con la sola parola. Quindi, secondo le loro teorie, chiunque parla viola il sabato; ma allora – si dirà – chi ha maggiormente violato il sabato, il nostro Salvatore che guarisce, o coloro che ne parlano con gelosia?

(Efrem, Diatessaron, 16, 28-32)

 

Sermone per la domenica di Quaresima

Rendete grazie, fratelli, alla misericordia di Dio che vi ha conservati in buona salute fino alla metà di questa Quaresima. Possono tuttavia lodare Dio per tale dono, con piú dolcezza e devozione, coloro che si sono applicati a vivere come è stato detto all’inizio della Quaresima, cioè coloro che si son presi l’impegno di digiunare ogni giorno in vista della remissione dei loro peccati, di elargire elemosine, di portarsi in chiesa con sollecitudine e di pregare nelle lacrime e i sospiri.

Quanto a coloro che hanno trascurato queste cose, cioè quelli che non hanno digiunato ogni giorno, che non hanno elargito elemosine o non hanno pregato con ardore e devozione, non v’e ragione per essi di rallegrarsi, hanno piuttosto, sventurati, di che affliggersi. Non si affliggano tuttavia al punto di disperare, poiché colui che ha potuto dare la vista al cieco nato (cf. Gv 9,1-38), può anche rendere zelanti e ardenti nel suo servizio coloro che attualmente sono tiepidi e negligenti, se vogliono convertirsi a Dio con tutto il cuore. Che tutti quelli che si trovano in questo stato, cioè quelli che vivono nell’impurità, quelli che covano odio contro qualcuno nel loro cuore, che si appropriano ingiustamente del bene altrui o trattengono il proprio in maniera abusiva, riconoscano dunque la loro cecità, e ricorrano al medico onde recuperare la vista.

Possiate voi, allorché cadete nel peccato, cercare il rimedio spirituale negli stessi modi con cui cercate quello carnale quando il vostro corpo è malato. Chi c’è in questo momento, in mezzo a tutta questa folla, che se dovesse non dico essere ucciso, ma solamente perdere gli occhi, non darebbe tutto ciò che possiede per potervi sfuggire? Ma se temete a questo modo la morte della carne, perché non dovreste temere quella dell’anima, soprattutto perché, mentre la morte della carne, cioè il dolore, è di un istante, la morte dell’anima, cioè il pianto e il castigo, non avrà mai fine? E se tenete tanto agli occhi del corpo che perderete ben presto con la morte, perché non amare gli occhi spirituali con i quali potrete vedere senza fine il vostro Dio e Signore?

Lavorate dunque, figli carissimi nel Signore, lavorate finché dura il giorno, poiché “sopraggiunge la notte nella quale nessuno può piú lavorare” (Gv 9,4). Il giorno, è la vita presente; la notte, è la morte e il tempo dopo la morte. Se non vi è possibilità di lavorare dopo questa vita, come lo afferma la Verità, perché ciascuno non lavora finché ne ha il tempo, cioè finché vive in questo secolo? Temete, fratelli, questa notte della quale il Salvatore dice: “Sopraggiunge la notte nella quale nessuno può piú lavorare”. Coloro che compiono il male non temono questa notte, e per questo motivo, all’uscita da questa vita, essi trovano la notte, cioè la morte eterna. Lavorate finché vivete, ma in questi giorni soprattutto, privandovi di piatti delicati, e astenendovi dai vizi in ogni tempo. Infatti coloro che si privano del cibo e non si astengono dal male sono simili al diavolo che non mangia e tuttavia non si allontana dal male. Sappiate infine che voi dovete far passare in cielo, dandolo ai poveri, quello di cui vi private con il digiuno.

Mettete in pratica, fratelli, gli avvertimenti di questo sermone odierno, perché non cada su di voi la maledizione dei Giudei. «Essi dissero», in effetti, al cieco: “Sii tu discepolo li quell’uomo” (Gv 9,28). Che significa essere discepoli di Cristo se non essere discepoli della pietà, della verità e dell’umiltà? E’ per attirare su di lui la divina maledizione che gli dissero questo, ma grande è al contrario la sua benedizione: che egli vi conceda di riceverla, lui che vive e regna nei secoli dei secoli. Amen.

(Anonimo IX secolo, Hom. 9, 1-5).

 

 

Preghiera

O Gesú, redentore del genere umano, restauratore eterno della luce: concedi a noi tuoi servi che, come siamo stati lavati dal peccato originale per l’immersione del Battesimo – e in ciò consiste il significato di quella piscina che restituí la vista agli occhi dei ciechi -, cosí pure siamo da te purificati dalle nostre colpe mediante il secondo battesimo delle lacrime; e possiamo meritare di essere divulgatori delle tue lodi, come quel cieco divenne nunzio della grazia.

E come quello fu riempito di fede per confessare te vero Dio, cosí noi pure possiamo essere corroborati dalla testimonianza delle buone opere. Possa tu subito venire incontro pietoso, per la tua smisurata pietà, a noi che t’invochiamo, affinché, per questo sacrificio che ti offriamo, se vivi otteniamo la medicina che salva, se defunti meritiamo di conseguire l’eterno gaudio senza fine. Amen.

(Sacramentario Mozarabico, 392 Post Nomina)

 

 

 

 

 

 

 

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A cura di Gino Prandina, fraternità dell’Hospitale e AxA associazioni artisti per l’arte sacra Vicenza.

digit: artesacravicenza.org

I commenti teologici sono tratti dai manoscritti di H.U.V.Balthasar e e M.v.Speryr

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A cura di Gino Prandina, fraternità dell’Hospitale e AxA associazioni artisti per l’arte sacra Vicenza.

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I commenti teologici sono tratti dai manoscritti diartesacravicenza.org / A cura di Gino Prandina, Fraternità dell’Hospitale, aXa Associazioni artisti per l’Arte sacra.

La sezione “Teologia” è tratta dagli scritti di H.U. von Balthasar e Adrienne von Speyr.