DOMENICA II di pasqua B

II DOMENICA di Pasqua

Commento artistico-teologico-patristico

 

 

 

OTTAVA DI PASQUA (ANNO B)

Icona della Divina Misericordia, tempera su tavola.

 

 

 

 

 

L’arte

Presentiamo la tradizionale icona della Misericordia. Gesù Misericordioso è la sintesi del «Mistero pasquale», il mistero di questo Cuore – come diceva Giovanni Paolo II – che diviene «in un certo senso il punto centrale della rivelazione dell’amore misericordioso del Padre». «In questo «ottavo giorno» della Pasqua cristiana, continuerà ad esser letto il Vangelo che vede Cristo mostrare due volte agli undici la Piaga del costato, scena che rinvia immediatamente alla pericope della trafittura del Messia (Gv 19, 31-37). Allora sarà chiaro che il Cuore trafitto di Gesù è il grande segno storico dell’amore misericordioso della Trinità, donato da Dio agli uomini nell’istante stesso, – quello che i teologi definiscono kairòs – dell’evento redentore. In esso si ricapitola l’economia trinitaria dell’incarnazione redentrice sotto il segno dell’amore e del dono».

“Mentre pregavo udii interiormente queste parole: I due raggi rappresentano il sangue e l’acqua. Il raggio pallido rappresenta l’acqua che giustifica le anime; il raggio rosso rappresenta il sangue che è la vita delle anime. entrambi i raggi uscirono dall’intimo della mia misericordia, quando sulla croce il mio cuore, già in agonia, venne squarciato con la lancia” (Dai diari di sr. Faustina).

“Quelle sacre piaghe nelle mani, nei piedi e nel costato sono sorgente inesauribile di fede, di speranza e d’amore a cui ognuno può attingere, specialmente le anime più assetate della Divina Misericordia. (Benedetto XVI)“. G.P.

 

 

 

 

 

 

Intro

I profeti chiamarono il Messia “principe della pace” (Is 9,5); affermarono che una pace senza fine avrebbe caratterizzato il suo regno (Is 9,6; 11,6).In occasione della nascita di Cristo, gli angeli del cielo proclamarono la pace sulla terra agli uomini di buona volontà (Lc 2,14). Gesù stesso dice: “Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo” (Gv 14,27).Sul monte degli Ulivi, contemplando la maestà di Gerusalemme, Gesù, con le lacrime agli occhi e con il cuore gonfio, rimproverò il suo popolo: “Se avessi compreso anche tu, in questo giorno, la via della pace!” (Lc 19,42). La pace è il dono apportato dal Redentore. Egli ci ha procurato questo dono per mezzo della sua sofferenza e del suo sacrificio, della sua morte e della sua risurrezione. San Paolo afferma: “Ora invece, in Cristo Gesù, voi che un tempo eravate lontani siete diventati vicini grazie al sangue di Cristo. Egli

infatti è la nostra pace, colui che ha fatto dei due un popolo solo, abbattendo il muro di separazione che era frammezzo, cioè l’inimicizia” (Ef 2,13-14). Quando, risuscitato dai morti, si mostrò agli apostoli, Gesù offrì loro innanzi tutto la pace, prezioso dono del riscatto. Quando si mostrò a loro, disse ai suoi discepoli: “Pace a voi!”. Vedendoli spaventati e sperduti, li rassicurò dicendo loro che era proprio lui, risuscitato dai morti, e ripeté loro: “Pace a voi!”. Gesù ha voluto fare questo dono prezioso del riscatto – la pace – e l’ha fatto, non solo agli apostoli, ma anche a tutti quelli che credevano e avrebbero creduto in lui. “Grande pace per chi ama la tua legge!” (Sal 119,165)

Il vangelo

Gv 20,19-31 Otto giorni dopo venne Gesù

La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno

perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati». Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo».

Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!». Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.

 

Le parole

Credere. L’incontro di Gesù risorto con Tommaso, il discepolo restio a credere nella risurrezione,

sintetizza emblematicamente la complementarietà di vedere e credere. “Poiché mi hai veduto, tu hai

creduto” (Gv 20, 29). Tommaso e gli altri testimoni oculari vedono e credono. Poi, in base alla loro

testimonianza, credono tutti gli altri seguaci di Gesù: “Non prego solo per questi, ma anche per quelli

che crederanno in me mediante la loro parola” (Gv 17, 20). Gli altri credono senza vedere e sono beati

ancora di più: “Beati quelli che non hanno visto e hanno creduto” (Gv 20, 29). Beati, non perché la

fede autentica debba essere senza la visione, ma perché credono come quelli che hanno visto. Il vedere

credente dei primi attraverso la testimonianza della vita e della parola raggiunge gli altri, viene in

qualche modo partecipato da loro nella fede, passa così di generazione in generazione per tutti i secoli.

Anche Tommaso, per la testimonianza dei colleghi che già hanno incontrato il Risorto, avrebbe dovuto

credere prima di vedere. Per questo, Gesù, mentre lo invita a guardare e a toccare le ferite, lo rimprovera

benevolmente: “Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e

non essere incredulo, ma credente!” (Gv 20, 27).

Toccare. Caravaggio rappresenta Gesù che, prendendo il polso, guida la mano destra di Tommaso a

toccare la ferita del costato, fino a entrare con il dito indice sotto la pelle. Il Maestro, con misericordiosa

condiscendenza, piega il capo verso il discepolo, gli dice qualcosa con le labbra socchiuse, delicatamente

con la mano sinistra trae a sé il braccio destro di lui, mentre tiene scoperto il petto con la propria destra.

Il discepolo raccoglie tutte le energie, per vincere la sorpresa e l’imbarazzo e concentrarsi sulla ferita e

palparla: fissa lo sguardo, aggrotta la fronte, preme la mano sinistra sull’anca. Altri due discepoli,

rappresentativi di tutto il gruppo, sono concentrati anch’essi sull’evento con gli sguardi attenti e le

fronti corrugate. Le quattro vigorose figure, tagliate a tre quarti della loro altezza, investite dalla luce

calda che piove da sinistra in alto, emergono dalla densa oscurità dell’ambiente a formare un gruppo

compatto, ellittico in senso orizzontale. Le teste si dispongono a quadrifoglio e tutti gli sguardi fissano il

dito e la ferita. Si ha l’impressione di un movimento bloccato, come fosse un evento di luce, di

rivelazione e di grazia sempre in atto. I discepoli hanno l’aspetto di popolani, segnati dalla durezza della

vita con rughe vistose, unghie sporche e uno strappo del vestito. I loro abiti, in contrasto con il candido

lenzuolo di Gesù, sono intensamente colorati e contemporanei dell’epoca del pittore: suggeriscono che

l’incontro con il Risorto avviene anche oggi e in ogni tempo. Noi oggi siamo interpellati dal realismo

dell’incarnazione e della risurrezione e chiamati a condividere la fede di Tommaso: “Mio Signore e mio

Dio!” (Gv 20, 28).

Testimoni. “Cari fratelli e sorelle, ho pensato spesso a come la Chiesa possa rendere più evidente la sua

missione di essere testimone della misericordia. È un cammino che inizia con una conversione

spirituale; e dobbiamo fare questo cammino. (…) Siate misericordiosi come il Padre’. Sono convinto

che tutta la Chiesa, che ha tanto bisogno di ricevere misericordia, perché siamo peccatori. Dobbiamo

riscoprire e rendere feconda la misericordia di Dio, con la quale tutti siamo chiamati a dare

consolazione ad ogni uomo e ad ogni donna del nostro tempo”. (Papa Francesco, 13 Marzo 2015)

 

La teologia

«La pace sia con voi». Il Vangelo racconta l’ apparizione del Risorto alla sera di Pasqua e otto giorni

dopo: ciò che egli riporta di ritorno dalla morte, dalla croce e dagli inferi è la pace definitiva e perfetta.

Una pace «non come il mondo la dà», una molto più profonda. In tre scene.

Anzitutto egli augura ai discepoli la pace che lui stesso è («poiché egli è la nostra pace» Ef 2,14). La

rende crediblle mostrando le proprie ferite. Proprio la morte che gll uomini gli hanno procurato fonda a

partire da lui la pace: l’odio ha cessato di infuriare su di lui, il suo amore ha avuto il respiro più lungo.

Non c’è nessun’altra scena di riconciliazione con i discepoli, che l’hanno vergognosamente rinnegato e

sono fuggiti, tutto questo è sprofondato nella grande pace che offre loro. Ma il dono va assai più avanti.

Egli alita su di essi e dona loro lo Spirito della sua propria missione, in cui vengono autorizzati a

ulteriormente porgere agli uomini la pace donata a loro nei suoi pieni poteri: «A chi rimetterete i

peccati…». Il dono di Gesù viene dato essenzialmente per distribuirlo. Come Dio nel perdono agli

uomini è giudice (la confessione e il pentimento sono richiesti), così il perdono della Chiesa è un

giudizio che va offerto nella verità e non nell’incoscienza. Anche la possibile «negazione del perdono»

avviene per amore, perché la dilazione prepari a riceverlo perfettamente.

E tutto questo deve compiersi nella fede: ecco perciò l’episodio di Tommaso. Non il vedere, non il voler

sperimentare è il presupposto dell’accoglimento della pace, ma la dedizione nella fede è condizione di

ogni accoglimento di doni divini. Fin che uno dubita e non vuole arrendersi, non può avere la fede:

questa gli chiede di cadere a terra e riconoscere: «Mio Signore e mio Dio».

«Nessuno diceva qualcosa sua proprietà». La dimensione comunitaria della prima Chiesa è nella prima

lettura il segno che essa vive la pace di Gesù. Le delimitazioni tra mio e tuo sono la causa della

mancanza di pace tra gli uomini, sia che si tratti di «possesso privato» materiale o spirituale. Questa pace

trova ragioni puramente di carattere spirituale, non sociologico. Sarebbe difficile raggiungere

sociologicamente quanto qui si afferma: «E poi veniva distribuito (dei beni raccolti) a ciascuno secondo

il bisogno».

«Amare Dio ed osservare i suoi comandamenti». La seconda lettura dilata ancora l’orizzonte. La pace

portata da Cristo riceve ora i nomi (che sono a un tempo le sue condizioni): «Amore di Dio» (del Padre,

del Figlio, degli uomini), «fede in Dio» (che vince il mondo senza pace), poiché quest’unità di amore e

fede è il dono pasquale di Gesù: la fondazione della pace tra Dio e il mondo. Nella Chiesa questo dono

diventa concreto nei sacramenti del battesimo (acqua), dell’Eucaristia (sangue) e della cresima (Spirito),

e chi li riceve nel loro intimo senso e li lascia agire in sé riceve la pace di Cristo e la diffonde nel mondo.

 

I Padri

1. Lo Spirito Santo e la remissione dei peccati

Disse loro [Gesú]: “La pace sia con voi! Come il Padre ha mandato me, anch`io mando voi” (Gv

20,21). Il che vuol dire: Come il Padre, che è Dio, ha mandato me, che sono Dio, cosí anch`io, in

quanto uomo, mando voi, uomini. Il Padre ha inviato il Figlio allorché ha deciso che egli si incarnasse

per la redenzione del genere umano. Il Padre ha voluto che il Figlio venisse a patire nel mondo tuttavia,

pur inviandolo al patire, lo amava. Ora, anche il Figiio invia gli apostoli che si è scelto; li manda non

alle gioie del mondo, bensí verso le sofferenze di ogni genere, cosí come egli stesso era stato inviato. Il

Figlio è amato dal Padre e nondimeno è inviato alla Passione; i discepoli, del pari, sono amati da Cristo

Signore, e nondimento vengono da lui mandati nel mondo a soffrire. Perciò è detto: “Come il Padre ha

mandato me, anch`io mando voi”. Come dire: Io vi amo con quella stessa carità con la quale sono

amato dal Padre, anche se vi invio nel mondo a soffrire tanti patimenti, anche se vi mando in mezzo agli

scandali dei persecutori.

Per altro, la formula “essere inviato” può anche essere intesa in rapporto alla natura divina. E` detto, in

effetti, che il Figlio è mandato dal Padre, in quanto è da lui generato. E di ciò è prova il fatto che anche

dello Spirito Santo, uguale in tutto al Padre e al Figlio, e che tuttavia non si è mai incarnato, è detto che

è stato inviato dal Figlio, nel passo di Giovanni: “Quando verrà il Consolatore che io vi manderò dal

Padre” (Gv 15,26). Se però l`essere inviato fosse sinonimo semplicemente di incarnarsi, in nessun modo

si potrebbe dire che lo Spirito Santo è stato mandato, perché mai si è incarnato. Invece la sua missione

[dello Spirito Santo] è la sua stessa processione, per la quale egli procede dal Padre e dal Figlio Per cui,

come è detto che lo Spirito Santo è mandato, in quanto procede, cosí è conseguente affermare che il

Figlio è mandato in quanto è generato.

“Dopo aver detto questo, alitò su di loro e disse: Ricevete lo Spirito Santo” (Gv 20,22). E` il caso ora di

chiederci perché mai il Signore donò due volte lo Spirito Santo: una, mentre era sulla terra, un`altra,

quando già era salito al cielo. In nessun altro passo, oltre questo (cf. At 2,4ss), è detto che lo Spirito

Santo sia stato dato altre volte, ovvero: la prima, nella circostanza attuale, allorché Gesú ha soffiato sui

discepoli, l`altra, piú tardi, quando fu mandato dal cielo e si mostrò sotto forma di lingue diverse.

Perché allora esso viene dato prima ai discepoli in terra, e poi è mandato dal cielo, se non perché due

sono i precetti della carità, ovvero l`amore di Dio e del prossimo? In terra, viene dato lo Spirito perché

il prossimo sia amato; lo stesso Spirito ci è poi dato dal cielo, perché sia Dio ad essere amato. E come vi

è una sola carità, ma due sono i precetti, cosí c`è un solo Spirito, ma due sono le sue effusioni. La prima

proviene dal Signore Gesù ancora sulla terra; la seconda, dal cielo, per ammonirci che nell`amore del

prossimo si apprende come si pervenga all`amore di Dio. Ecco perché lo stesso Giovanni dice: “Chi non

ama il fratello che vede, come può amare Dio che non vede?” (1Gv 4,20). Già in precedenza, lo Spirito

Santo era presente nelle menti dei discepoli, in virtù della fede. Però fu dato loro in modo manifesto,

solo dopo la Risurrezione…

“A chi rimetterete i peccati, saranno loro rimessi, e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi” (Gv

20,23). Mi piace osservare a quale vertice di gloria siano tratti quegli stessi discepoli che erano stati

invitati a caricarsi un immenso fardello di umiltà. Eccoli, infatti, non solo sicuri di sé, ma con la potestà

di legare e sciogliere gli altrui legami. Hanno il potere di esercitare il giudizio supremo, sí da potere, al

posto di Dio, ad uno ritenere le colpe e ad un altro rimetterle. Era conveniente che cosí venissero da

Dio esaltati coloro che per lui avevano accettato di umiliarsi tanto! Ed ecco che quelli che piú temono il

ferreo giudizio di Dio, sono promossi a giudici delle anime; condannano e liberano altri, quelli stessi

che avevano timore di essere condannati.

Adesso, il luogo che essi (gli apostoli) ebbero nella Chiesa è assunto dai vescovi, che ricevono la potestà

di legare e sciogliere insieme al compito di governare. Il che è certamente un grande onore, ma è altresí

un grave peso. E` però cosa contraddittoria che diventi giudice della vita altrui chi non sa tenere le

redini della propria. Eppure non raramente accade che ricopra il ruolo di giudice uno la cui esistenza

non collima con il posto che occupa. Per cui, capita spesso che egli condanna chi non lo merita, o che

sciolga altri allorché è lui stesso legato. Non è infrequente il fatto che, nel legare o sciogliere i propri

sottoposti, il vescovo, segua piú gli impulsi del proprio arbitrio che il valore delle prove. In tal modo, si

priva della potestà di sciogliere e di legare, poiché la esercita secondo il proprio capriccio e non secondo

i meriti dei sudditi. Spesso capita anche che il pastore agisca, nei riguardi del prossimo, mosso da

avversione o da simpatia. Ha ragione il profeta a dire: “Fate vivere chi deve perire e fate morire chi deve

vivere” (Ez 13,19). Chi condanna un giusto, condanna a morte uno che non può morire; e invece chi

cerca di assolvere un reo dalla sua pena si sforza di far vivere uno che non può rivivere.

Bisogna quindi ripensare le motivazioni, poi esercitare la potestà di sciogliere e di legare. Occorre far

riferimento alla colpa commessa; vedere quale penitenza sia susseguita alla colpa, perché la sentenza del

pastore assolva quelli che già il Signore ha visitato con la grazia del pentimento. Solo allora è valida

l`assoluzione data dal presidente (vescovo), poiché si adegua al giudizio del giudice interiore. Tutto ciò è

ben adombrato nella risurrezione di quel morto da quattro giorni (Lazzaro). Dapprima, il Signore lo ha

chiamato e rianimato, dicendo: “Lazzaro, vieni fuori!” (Gv 11,43); poi, quando il morto risuscitato

venne fuori, i discepoli del Signore lo sciolsero, come sta scritto: “Essendo quello uscito, cosí legato con

i lacci, Gesú disse ai discepoli: Scioglietelo e lasciatelo andare!” (Gv 11,45). Ecco: I discepoli sciolgono

quando è vivo colui che il Maestro aveva richiamato da morte. Se avessero sciolto Lazzaro quando

ancora era morto avrebbero messo in mostra la corruzione, non la virtù (del Signore) .

Da questa considerazione discende che noi dobbiamo assolvere, usando la nostra autorità pastorale, solo

coloro che il nostro autore ha vivificati con la grazia della risurrezione. E se tale opera di rinnovamento

sia o no presente al momento della nostra sentenza, possiamo saperlo nella confessione dei peccati. Ecco

perché a Lazzaro non viene detto soltanto: “Risuscita!”, ma anzitutto: “Vieni fuori!” Finché un

peccatore, chiunque esso sia, cela nell`intimo della propria coscienza la colpa commessa, egli sta chiuso

in sé, si nasconde nel segreto; quando invece confessa liberamente le sue iniquità, allora il morto viene

fuori. Quando, perciò, vien detto a Lazzaro: “Vieni fuori!”, è come se si dicesse a chiunque è morto nel

peccato: Perché celi la colpa nel segreto della tua coscienza? Vieni fuori, con una buona confessione, tu

che, con la tua ritrosia, te ne stai chiuso in te stesso! Che il morto venga fuori, ovvero: Che il peccatore

confessi la sua colpa! A colui che viene fuori risuscitato, i discepoli, poi, dovranno sciogliere i lacci. In

altre parole, i pastori della Chiesa debbono cancellare la pena meritata da colui che non ha avuto

vergogna a confessare l`iniquità commessa.

Ho voluto dire queste cose succintamente, in ordine alla potestà di sciogliere e legare, perché i pastori

della Chiesa si sforzino di esercitarla con diligenza e moderazione.

Qualunque sia poi il modo in cui il pastore impone, giusta o meno che sia la sua sentenza, essa deve

essere sempre accettata dal gregge, perché non capiti che un suddito, pur ingiustamente obbligato,

meriti per diversa colpa il giudizio di condanna. Abbia dunque il pastore il sacro timore di legare e

sciogliere ingiustamente; ma che il suddito, sottoposto alla potestà da pastore, tema la condanna, anche

se ingiusta. E non impugni temerariamente il giudizio del suo pastore, perché, pur condannato

ingiustamente, non si macchi, lui innocente, di una reale colpa, per la superbia con cui risponde.

(Gregorio Magno, Hom. in Ev., 26, 2-6)

 

Spiritualità (nei diari di S. Faustina Kowalska)

“Se un’anima ama sinceramente Dio ed è unita a Lui interiormente, benché all’esterno viva in

condizioni difficili, nulla è in grado di vincolarne la vita interiore. Anche in mezzo alla corruzione, può

essere pura ed intatta, poiché il grande amore di Dio le dà la forza per la lotta e Dio stesso difende in

modo particolare, anche in maniera miracolosa, l’anima che Lo ama sinceramente” (Diario, 1094).

“…Il Signore mi fece conoscere la Sua Giustizia. La Sua Giustizia è così grande e penetrante che

raggiunge fino in fondo l’essenza delle cose e tutto davanti a Lui è nella sua nuda realtà (…)Il Il Signore

mi fece conoscere il suo l’Amore Misericordioso. E compresi che l’Amore Misericordioso è la sua vrtù

più grande. Esso unisce la creatura al Creatore. L’amore più grande e l’abisso della Misericordia li

riconosco nell’Incarnazione del Verbo, nella Redenzione da Lui operata. E da ciò compresi che questo

attributo è il più grande in Dio” (Diario, 180).

“Tutto ciò che è grande e bello, è in Dio. (…) O sapienti del mondo e grandi intelligenze, riconoscete

che la vera grandezza consiste nell’amare Dio…” (Diario, 990).

“O Gesù, mi fai conoscere e comprendere in che cosa consiste la grandezza di un’anima; non nelle

grandi azioni, ma in un grande amore. E’ l’amore che vale ed esso conferisce grandezza alle nostre

azioni. Benché le nostre azioni siano piccole e ordinarie di per sé, in conseguenza dell’amore diventano

grandi e potenti davanti a Dio…”

(Diario, 889).

“La vera grandezza di un’anima sta nell’amare Dio e nell’umiltà” (Diario, 427).

“…Quando l’anima si sprofonda nell’abisso della sua miseria, Dio fa uso della Sua onnipotenza per

innalzarla. Se c’è sulla terra un’anima veramente felice, questa è soltanto un’anima veramente umile.

All’inizio l’amor proprio soffre molto per questo motivo, ma Iddio, dopo che l’anima ha affrontato

valorosamente ripetuti combattimenti, le elargisce molta luce, con la quale essa viene a conoscere

quanto tutto sia misero e pieno di illusioni” (Diario, 593).

“…In un cuore puro ed umile abita Iddio che è la luce stessa e tutte le sofferenze

e le contrarietà esistono affinché sia manifestata la santità di un’anima…” (Diario, 573).

“…E l’umiltà è solo verità; nella vera umiltà non c’è servilismo. Benché mi consideri

la più piccola (…) d’altra parte sono lieta della dignità di sposa di Gesù” (Diario, 1502).

“O Gesù, Tu sai quanta fatica occorre per trattare sinceramente e con semplicità con coloro dai quali la

nostra natura rifugge, oppure con coloro che consapevolmente od anche inconsapevolmente ci hanno

fatto soffrire. Umanamente la cosa è impossibile.

In quei momenti più che in altre circostanze, cerco di scoprire Gesù in quelle date persone e per amore

di Gesù faccio tutto per quelle persone. In queste azioni l’amore

è puro; questo esercitarsi nella carità tempra l’anima e la rafforza. Non m’aspetto nulla dalle creature.

Per questo non provo alcuna delusione…” (Diario, 766).

“All’esterno il tuo sacrificio deve apparire così: nascosto, silenzioso, imbevuto d’amore, saturo di

preghiera. Voglio da te, figlia Mia, che il Tuo sacrificio sia puro e pieno d’umiltà…” (Diario,

“…Se un’anima non pratica la Misericordia

in qualunque modo, non otterrà la Mia Misericordia nel giorno del giudizio. Oh, se le anime sapessero

accumulare per sé tesori eterni, non verrebbero giudicate, prevenendo il Mio

“Ci sono nella vita degli attimi e dei momenti di conoscenze interiori, cioé di illuminazioni inviate da

Dio, durante le quali l’anima viene istruita su cose che non ha letto in alcun libro, né le sono state

insegnate da alcun uomo. Sono i momenti delle conoscenze interiori che Iddio stesso elargisce

all’anima. Si tratta di grandi misteri…” (Diario, 1102).

“…Iddio si avvicina all’anima in una maniera particolare, nota solo a Dio e all’anima

(…) in questa unione primeggia l’amore e solo l’amore fa tutto. Gesù si dà all’anima in un modo soave,

dolce, e nel Suo profondo c’è la quiete. Gesù le concede molte grazie

e la rende capace di condividere i suoi pensieri eterni e talvolta rivela all’anima i suoi divini

intendimenti” (Diario, 622).

“Cono anime che vivono nel mondo, e che Mi amano sinceramente; dimoro nei loro cuori con delizia.

Ma non sono molte. Anche nei conventi ci sono tali anime che riempiono di gioia il Mio Cuore; in esse

sono impressi i Miei lineamenti (…) Il loro numero è molto piccolo. Esse impetrano la Misericordia per

il mondo. L’amore di queste anime ed il loro sacrificio mantengono l’esistenza del mondo…” (Diario,

367).

22 aprile 2001 – Piazza S. Pietro. Celebrazione Eucaristica nella Domenica della Divina Misericordia

Dall’omelia di Giovanni Paolo II

«Celebrate il Signore perché è buono, perché eterna è la sua misericordia» (Sal 117, 1)

Facciamo nostra l’esclamazione del Salmista, che abbiamo cantato nel Salmo

responsoriale: eterna è la misericordia del Signore! Per comprendere sino in fondo la verità

di queste parole, lasciamoci condurre dalla liturgia nel cuore dell’evento di salvezza, che

unisce la morte e la risurrezione di Cristo alla nostra esistenza e alla storia del mondo.

Questo prodigio di misericordia ha radicalmente mutato le sorti dell’umanità. È un prodigio

in cui si dispiega in pienezza l’amore del Padre che, per la nostra redenzione, non

indietreggia neppure davanti al sacrificio del suo Figlio unigenito.

Nel Cristo umiliato e sofferente credenti e non credenti possono ammirare una

solidarietà sorprendente, che lo unisce alla nostra umana condizione oltre ogni

immaginabile misura. La Croce, anche dopo la risurrezione del Figlio di Dio, «parla e non

cessa mai di parlare di Dio-Padre, che è assolutamente fedele al suo eterno amore verso

l’uomo… Credere in tale amore significa credere nella misericordia» (Dives in

misericordia, 7).

Vogliamo rendere grazie al Signore per il suo amore, che è più forte della morte e del

peccato. Esso si rivela e si attua come misericordia nella nostra quotidiana esistenza e

sollecita ogni uomo ad avere a sua volta «misericordia» verso il Crocifisso. Non è forse

proprio amare Dio e amare il prossimo e persino i «nemici», seguendo l’esempio di Gesù, il

programma di vita d’ogni battezzato e della Chiesa tutta intera?

Con questi sentimenti, celebriamo la seconda Domenica di Pasqua, che dallo scorso

anno, anno del Grande Giubileo, è chiamata anche «Domenica della Divina Misericordia».

Per me è una grande gioia potermi unire a tutti voi, cari pellegrini e devoti venuti da varie

nazioni per commemorare, ad un anno di distanza, la canonizzazione di suor Faustina

Kowalska, testimone e messaggera dell’amore misericordioso del Signore. L’elevazione

agli onori degli altari di questa umile Religiosa, figlia della mia Terra, non rappresenta un

dono solo per la Polonia, ma per tutta l’umanità. Il messaggio, infatti, di cui ella è stata

portatrice costituisce la risposta adeguata e incisiva che Dio ha voluto offrire alle domande e

alle attese degli uomini di questo nostro tempo, segnato da immani tragedie. A Suor

Faustina Gesù ebbe a dire un giorno: «L’umanità non troverà pace, finché non si rivolgerà

con fiducia alla divina misericordia» (Diario, p. 132). La divina Misericordia! Ecco il dono

pasquale che la Chiesa riceve dal Cristo risorto e che offre all’umanità, all’alba del terzo

millennio.

Il Vangelo, che poc’anzi è stato proclamato, ci aiuta a cogliere appieno il senso e il

valore di questo dono. L’evangelista Giovanni ci fa come condividere l’emozione provata

dagli Apostoli nell’incontro con Cristo dopo la sua risurrezione. La nostra attenzione si

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sofferma sul gesto del Maestro, che trasmette ai discepoli timorosi e stupefatti la missione di

essere ministri della divina Misericordia. Egli mostra le mani e il costato con impressi i

segni della passione e comunica loro: «Come il Padre ha mandato me anch’io mando voi»

(Gv 20,21). Subito dopo «alitò su di loro e disse: Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete

i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi» (Gv 20,22-23).

Gesù affida ad essi il dono di «rimettere i peccati», dono che scaturisce dalle ferite delle sue

mani, dei suoi piedi e soprattutto del suo costato trafitto. Di là un’onda di misericordia si

riversa sull’intera umanità.

Riviviamo questo momento con grande intensità spirituale. Anche a noi quest’oggi il

Signore mostra le sue piaghe gloriose e il suo cuore, fontana inesausta di luce e di verità, di

amore e di perdono.

Il Cuore di Cristo! Il suo «Sacro Cuore» agli uomini ha dato tutto: la redenzione, la

salvezza, la santificazione. Da questo Cuore sovrabbondante di tenerezza santa Faustina

Kowalska vide sprigionarsi due fasci di luce che illuminavano il mondo. «I due raggi –

secondo quanto lo stesso Gesù ebbe a confidarle – rappresentano il sangue e l’acqua»

(Diario, p. 132). Il sangue richiama il sacrificio del Golgota e il mistero dell’Eucaristia;

l’acqua, secondo la ricca simbologia dell’evangelista Giovanni, fa pensare al battesimo e al

dono dello Spirito Santo (cfr Gv 3,5; 4,14).

Attraverso il mistero di questo cuore ferito, non cessa di spandersi anche sugli uomini e

sulle donne della nostra epoca il flusso ristoratore dell’amore misericordioso di Dio. Chi

anela alla felicità autentica e duratura, solo qui ne può trovare il segreto.

«Gesù, confido in Te». Questa preghiera, cara a tanti devoti, ben esprime

l’atteggiamento con cui vogliamo abbandonarci fiduciosi pure noi nelle tue mani, o Signore,

nostro unico Salvatore.

Tu bruci dal desiderio di essere amato, e chi si sintonizza con i sentimenti del tuo cuore

apprende ad essere costruttore della nuova civiltà dell’amore. Un semplice atto d’abbandono

basta ad infrangere le barriere del buio e della tristezza, del dubbio e della disperazione. I

raggi della tua divina misericordia ridanno speranza, in modo speciale, a chi si sente

schiacciato dal peso del peccato.

Maria, Madre di Misericordia, fa’ che manteniamo sempre viva questa fiducia nel tuo

Figlio, nostro Redentore. Aiutaci anche tu, santa Faustina, che oggi ricordiamo con

particolare affetto. Insieme a te vogliamo ripetere, fissando il nostro debole sguardo sul

volto del divin Salvatore: «Gesù, confido in Te». Oggi e sempre. Amen

 

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A cura di Gino Prandina, fraternità dell’Hospitale e AxA associazioni artisti per l’arte sacra Vicenza.

digit: artesacravicenza.org

I commenti teologici sono tratti dai manoscritti diartesacravicenza.org / A cura di Gino Prandina, Fraternità dell’Hospitale, aXa Associazioni artisti per l’Arte sacra.

La sezione “Teologia” è tratta dagli scritti di H.U. von Balthasar e Adrienne von Speyr.