DOMENICA 6a DI PASQUA (ANNO B)

Ford Madox Brown, Gesù lava i piedi a Pietro, 1856, olio su tela, Londra, Tate Museum.

L’arte

Il movimento pittorico dei Preraffaelliti si colloca all’interno della tumultuosa accelerazione nell’Inghilterra dell’età vittoriana, nel pieno sviluppo della rivoluzione industriale, declinando i valori estetici sulle istanze dell’etica sociale. L’opera pittorica di Ford Madox Brown sviluppa i temi religiosi con un’accentuata sensibilità ai temi sociali, presenti anche nel programma della High Church Movement, movimento filocattolico in dialogo con la Riforma. La cultura biblica si diffondeva fra i vari strati della società, ove gli sforzi di attualizzazione promossero la riflessione sui temi etici e sociali (lo sfruttamento minorile, la condizione dei poveri e degli emarginati, il proletariato, le periferie, le donne…) favorendo pure il rinnovamento di modelli iconografici e suscitando reazioni diverse, talvolta negative. Quest’opera intitolata Gesù lava i piedi di Pietro (1852-56) indaga, con grande sensibilità psicologica, il momento che apre l’Ultima Cena: non è il servo o lo schiavo a svolgere questo umiliante ufficio del lavare i piedi ai commensali, quanto invece lo stesso Gesù, ”il Maestro e Signore”. Una complessa e variegata gamma di sfumature emotive appare sui volti dei discepoli: dallo stupore degli uni allo sgomento degli altri, dalla smorfia contrariata di Pietro allo stupore affascinato di Giovanni. In primo piano, notiamo il contrasto fra la stretta di Gesù ai grossi piedi di Pietro, e lo sguardo imbarazzato del discepolo. L’opera suscitò aspri commenti anche negli ambienti artistici e letterari (fra tutti lo stesso Charles Dickens, moralista dei buoni sentimenti, ma anche la regina Vittoria, che volle verificare di persona l’opera a motivo del clamore che suscitò fra i perbenisti londinesi). L’attenzione ai temi sociali era parte del progetto rivoluzionario dei Preraffaelliti, che rifuggivano dalle formule accademiche lontane dal vissuto quotidiano. Il gruppo, di cui faceva parte anche il “nostro” D. Gabriele Rossetti si proponeva di liberare l’arte dagli schemi imposti e dal gusto vittoriano, per suggerire percorsi di riscatto sociale (come nel socialismo umanitario a cui aderì lo stesso William Morris). L’immagine della lavanda dei piedi, pur riproposta negli schemi della classicità, esprime l’istanza morale di un potere che si esprime nel servizio, di una dedizione preferenziale agli ultimi, della fuga dal prestigio e dagli onori, nel superamento delle logiche della convenienza. Gesù ci dà la cifra del suo amore: non un amore possessivo ma amicale (fondato sul dono), non la ricerca di “sudditi” ma di persone da accudire con dedizione.Gesù occupando “l’ultimo posto” spezza le consuetudini sociali, anche quelle del suo tempo in cui i “maestri e signori” (vd. scribi e farisei) cercavano sempre i primi posti. Egli agisce in forma esemplare, al punto che quel

gesto dimostrativo assume il valore di “parabola del Regno”, anche in un mondo ove regna il “common sense”, di cui i social per primi sono infarciti. Per non parlare degli stupidissimo messaggini “della buona giornata” che rappresentano il vero tedio quotidiano della banalità…

Intro

Durante la lettura del Vangelo, nel corso della celebrazione liturgica, è il Signore Gesù Cristo che parla ai suoi discepoli. Oggi ci dice che siamo tutti suoi amici, che gli apparteniamo attraverso la fede e attraverso il battesimo.

Egli l’ha provato rivelandoci il suo segreto e la sua missione di Figlio di Dio. Ci ha detto che Dio, nella sua onnipotenza divina, ci ama tutti. Per mezzo di suo Figlio Gesù Cristo, ci ha fatto entrare nella comunione di amore che esiste fin dall’eternità tra lui e suo Figlio. “Come il Padre ha amato me, così anch’io ho amato voi”. È una parola di verità potente e divina.

Per tutti quelli che hanno preso coscienza dell’importanza di questo dono divino, conta una sola cosa: mostrarsi degni dell’amore che ci viene nell’amicizia del Figlio di Dio. “Rimanete nel mio amore”. Per Gesù Cristo, ciò che è importante innanzitutto è che tutti i suoi amici si amino gli uni gli altri come egli stesso ha amato i suoi discepoli nel corso della sua vita terrena. La più viva espressione di questo amore è stata la sua morte sulla croce per i peccatori (cf. Gv 1,36; 19,34-37). L’amore perfetto del Padre celeste è la felicità e la gioia di suo Figlio. E questa gioia, il Figlio risuscitato la trasmette ai suoi amici nel giorno di Pasqua. “Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi!”. Ricevete lo Spirito Santo!” (Gv 20,21-22). Egli offre senza sosta la gioia a tutti quelli che credono nella sua parola e per mezzo del battesimo si uniscono a lui e alla sua cerchia di amici, la Chiesa. Chi entra nell’amore di Dio per mezzo di suo Figlio ha ormai una ragione essenziale per essere sempre felice.

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena.

Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici. Voi siete miei amici, se fate ciò che io vi comando. Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi.

Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda. Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri».

Le parole

Rimanere nell’amore è il centro della vita del cristiano. Il primato dell’amore donato da Gesù ai discepoli e alla comunità precede e fonda l’amore della Chiesa. L’amore non è anzitutto a un “fare” per gli altri, magari organizzato. Essere attivi può essere una reazione alla paura, al vuoto e all’angoscia. L’agire del discepolo poggia sull’amore di Cristo e del Padre per lui: “Nella tua continua misericordia, Signore, purifica e rafforza la tua chiesae, poiché non può vivere senza di te, guidala sempre con il tuo dono”.

Il Padre ama il Figlio. A questo amore il Figlio risponde con l’amare i discepoli. Gesù ama il Padre amando i discepoli. Solo dopo aver detto: “Rimanete nel mio amore” Gesù chiede di osservare i comandamenti. Non è la custodia del comandamento a “ottenerci” l’amore di Gesù, ma – come scrive Agostino -: “Se egli non ci amasse, non potremmo osservare i comandamenti. Questa è la grazia che è stata rivelata agli umili, mentre è rimasta nascosta ai superbi”.

I comandamenti, che sono condensati e hanno la loro chiave di lettura nel comandamento nuovo dell’amore vicendevole, e altro non sono che un dono di Dio per farci conoscere il suo amore. Custodire il comandamento, interiorizzarlo, farlo divenire criterio di discernimento nelle varie situazioni diventa un rimanere nell’amore di Cristo, perché è questo amore a plasmare come credenti e a dare un volto alla comunità cristiana. L’amore genera vita in chi lo accoglie!

Amici. L’amore di Gesù per i discepoli si esprime in una parola: amici, perché con essi “condivide” l’esperienza del Padre. I credenti non sono servi di un Dio lontano non sono dunque nemmeno sudditi di un re dispotico e nemmeno i dipendenti di un’impresa. Come Gesù rispetta i discepoli chiamandoli amici, li vede preziosi ai suoi occhi, dà a loro vita dando la sua vita, così è l’amore reciproco che edifica la fraternità. “Se ci amiamo gli uni gli altri Dio rimane in noi e l’amore di lui è perfetto” (1Gv 4,12), cioè ha raggiunto il suo fine. Il dono di Dio in noi, il suo amore e il suo Spirito, raggiunge la completezza quando come Dio è mistero di comunione nell’amore, così anche noi giungiamo all’amore reciproco, ad amare i fratelli e le sorelle dello stesso amore.

Gioia. C’è una gioia di amare che nasce dall’essere amati. Non considera tale amore un tesoro geloso da custodire. Questa esperienza apre all’amare gli altri. Il fine della vita cristiana è la gioia che nasce dal rimanere nell’amore di Cristo e nell’amare a misura di Cristo.

La teologia (H.U. von Balthasar)

At 10, 25-27. 34-35. 44-48; Gv4,7-10; Gv 15,9-17

«Rimanete nel mio amore». Il Vangelo odierno, l’ultimo prima dell’Ascensione di Cristo, ha il suono di un testamento: queste parole devono rimanere vive nei cuori dei credenti, quando Gesù non è più esternamente tra noi, ma ci rivolge le sue parole solo ancora interiormente nel cuore e nella coscienza.

Queste parole di addio sono al tempo stesso una inviolabile promessa, che però include per noi un’esigenza, anzi la imprime addirittura come un sigillo nella promessa.  Gesù parla del suo supremo amore, che è nella sua morte per i suoi amici, ma per essere suoi amici, noi dobbiamo fare ciò che egli ci chiede. Promette loro che il suo amore rimane in essi – questo ha valore testamentario – se essi rimangono nel suo amore, obbediscono al suo comando di amore, non altrimenti di come lui ha obbedito al comando di amore del Padre.  Le promesse nell’addio di Gesù sono così irresistibilmente grandi che dal suo punto di vista le esigenze in esse presenti per noi vi si trovano intimamente comprese. Ci ha infatti reso partecipi di tutto, dell’intero abisso dell’amore di Dio e ci ha scelto per vivere in esso; c’è cosa più ovvia per noi che trovare sufficiente questo tutto, al di fuori di cui non ci sarebbe che il nulla? Anzi questo tutto fattosi nostro è qualcosa di cui possiamo di continuo pregare il Padre: se rimaniamo nel Figlio, «allora il Padre vi darà ogni cosa». Dono e compito (Gabe e Aufgabe) sono inseparabili, anzi il compito è un puro dono della grazia. Qui il Vangelo già anticipa la Pentecoste: il dono è lo Spirito di Dio che in noi aiuta a compiere il compito dell’amore.

2. I pagani ricevono lo Spinto. La prima lettura mostra che la grazia di chi diventa o è cristiano non dipende da una tradizione ecclesiale, ma è sempre un libero dono di Dio, che «non fa preferenze di persone» e a cui è «accetto chi lo teme e pratica la giustizia, a qualunque popolo appartenga». Si tratta del centurione pagano Cornelio e della sua casa a cui viene concesso lo Spirito ancora prima del battesimo. La Chiesa, qui rappresentata da Pietro, obbedisce a Dio quando riconosce questa elezione di Dio e accoglie sacramentalmente in sé gli eletti. La libertà di Dio, perfino rispetto a ogni istituzione fondata espressamente dal Cristo che poi sale al cielo, viene inculcata a Pietro alla fine del Vangelo di Giovanni: «Se io voglio…, che cosa importa a te? Tu seguimi?» (Gv 21, 22). La Chiesa non può pretendere per sé le dimensioni del regno di Dio, anche se essa è essenzialmente missionaria e deve impegnarsi a raccogliere tutti gli uomini per i quali Cristo è morto e risorto. L’amore sovrannaturale può senz’altro essere presente anche fuori della Chiesa («se io voglio»), ma è certamente anche quest’amore che spinge Cornelio ad essere inarticolato nella Chiesa, in cui, come mostra la seconda lettura, sta al centro l’amore del Dio trinitario.

3. «Chiunque ama viene da Dio». Veniamo a un tempo esortati ad amarci l’un l’altro, perché Dio è l’amore, e a ricordare che non sappiamo da noi stessi che cosa è amore. L’amore si lascia comprendere e definire unicamente da ciò che Dio ha fatto per noi: egli ha dato il Figlio suo come espiazione per i nostri peccati. Ma quest’affermazione (che non sappiamo che cosa sia l’amore) non deve scoraggiarci dall’amore reciproco, giacché l’amore è a noi rivelato non unicamente per sapere o dire o credere, ma per la possibile e reale imitazione: «Cari fratelli, amiamoci gli uni gli altri, perché l’amore è da Dio».

Esegesi (B. Maggioni)

Il comando dell’amore – che apre e chiude la pagina evangelica (cf. Gv 15,12-17) – trova in Gesù il modello, la ragione e la misura: «Come io ho amato voi» (v. 12). È un amore vicendevole: «amatevi reciprocamente». Ed è un amore che esce dal chiuso della comunità e si dilata, missionario, fecondo: spinge a una partenza «perché andiate e portiate frutto» (v. 16).

Si osservi poi l’antitesi servo/amico, che struttura l’intero passo. L’amore di Gesù, modello dell’amore fraterno, è un amore di amicizia, dunque un rapporto confidente fra persone, un dialogo. Tre sono le caratteristiche di questo rapporto amicale: l’estrema dedizione («Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici», v. 13); la confidente familiarità («Tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi», v. 15); la scelta gratuita, la predilezione («Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi», v. 16). Gesù insiste sulla reciprocità dell’amore, ma al tempo stesso la sconvolge, perché a modello e fondamento dell’amore reciproco pone il «come io ho amato voi», cioè la croce, dunque la gratuità. La reciprocità cristiana nasce dalla gratuità. L’amore cristiano è asimmetrico: il dare e il ricevere non sono sullo stesso piano. La reciprocità evangelica non è il semplice scambio, la nota che la caratterizza è la gratuità, che è la verità dell’amore di Dio e al tempo stesso la verità del nostro amore. Certo, l’amore – quello di Dio come quello dell’uomo – tende alla reciprocità: la costruisce. Ma la reciprocità non è la sua radice né la sua misura. Se ami solo nella misura in cui sei ricambiato, il tuo non è vero amore. E se sei amato solo nella misura in cui dai, non ti senti veramente amato. Soltanto chi comprende questa gratuità nativa, originaria, dell’amore, è in condizione di comprendere Dio e se stesso. L’uomo è fatto per donarsi gratuitamente, totalmente: qui, nel farsi gratuità, trova la verità di se stesso, qui tocca il suo essere «immagine di Dio».

Il comandamento dell’amore vicendevole è tanto importante che viene ripreso e approfondito nella sua dimensione teologica nella prima lettera di Giovanni (cf. 4,7-10).

«Dio è amore» non è una definizione filosofica, ma una constatazione. Con questa frase – che con tanta chiarezza è unica nell’intera Bibbia – Giovanni non fa che riassumere quanto la storia di salvezza continuamente testimonia: Dio sceglie, perdona, rimane fedele al suo popolo nonostante i tradimenti, e in Gesù Cristo si manifesta come amore che si dona e si lascia crocifiggere. L’affermazione lapidaria di Giovanni deve essere letta con tutta questa densità.

Per esprimere quest’amore gli scrittori del Nuovo Testamento hanno scelto una parola rara nel greco «agápe». C’era la parola «éros», che significa amore nato dal bisogno o nato dalla passione, ma l’amore di Dio non nasce dal bisogno e non è passionale . E c’ era la parola «filía», che indica l’amicizia reciproca, spontanea, ma che è priva di quegli aspetti di gratuità e fatica che invece l’amore cristiano comprende. E così hanno scelto «agápe», che significa «preferenza», per indicare che l’amore di Dio è anzitutto generosità.

L’amore che viene da Dio è gratuito, perché Dio ama per primo: «Non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi» (v. 10). L’amore che viene da Dio non si risparmia, ma si dona sino all’estremo limite: «Ha mandato nel mondo il suo Figlio unigenito» (v. 9). Ed è un amore che libera, non che imprigiona; che strappa dal male e converte, non che illude e giustifica: «come vittima di espiazione per i nostri peccati» (v. 10).

Tuttavia il punto più importante è ancora un altro: la convinzione che solo nell’amore si conosce Dio: «Chiunque ama è stato generato da Dio e conosce Dio. Chi non ama non ha conosciuto Dio» (vv. 7-8). Dio non lo si raggiunge anzitutto con l’intelligenza, ma lo si sperimenta all’interno di una prassi concreta di vero amore: «Dio è amore», e di conseguenza egli si svela unicamente a colui che ha imparato ad amare. È sempre in un’esperienza di amore – quella del Cristo prima e quella della comunità che lo imita poi – che si possono trovare le categorie umane, storiche, alla nostra portata, per intravedere il volto del divino. Il Dio che si è fatto visibile e raggiungibile nella prassi d’amore del Figlio e dei credenti è il Dio che non fa preferenze di persone, come si legge nell’episodio della conversione di Cornelio (cf. At 10,25-27.3435.44-48). «In verità sto rendendomi conto che Dio non fa preferenza di persone» (v. 34): queste parole di Pietro alludono ad alcuni passi delle Scritture, ad esempio: «Il Signore, vostro Dio […], non usa parzialità e non accetta regali, rende giustizia all’orfano e alla vedova, ama il forestiero e gli dà pane e vestito» (Dt 10,17). Oppure: «L’uomo vede l’apparenza, ma il Signore vede il cuore» (1Sam 16,7). Dunque, ciò che sta accadendo non è qualcosa di nuovo. I convertiti ebrei se ne meravigliano come se fosse una novità: «Si stupirono che anche sui pagani si fosse effuso il dono dello Spirito Santo» (v. 45). Eppure non è una novità: è la volontà di Dio già stabilita e nota da sempre, mostrando come la rigidità dei giudei convertiti non era fedeltà alla volontà di Dio ma attaccamento alle proprie abitudini. E c’è un altro aspetto da osservare: si tratta di passi biblici che Pietro conosce da sempre, ma solo ora comprende nella loro vera intenzione. Una cosa è conoscere astrattamente, altro è comprendere a fondo e vederne le conseguenze pratiche. Perché questo avvenga non basta l’intelligenza, occorrono coraggio e capacità di rinnovamento.

Che Dio non faccia differenze (sono gli uomini che gliele attribuiscono!) è mostrato con evidenza dallo stesso comportamento dello Spirito, che ripete per la famiglia di Cornelio lo stesso miracolo della Pentecoste: «Pietro stava ancora dicendo queste cose, quando lo Spirito discese sopra tutti coloro che ascoltavano la Parola» (v. 44).

In conclusione, Dio non bada al popolo, alla razza o all’origine, neanche al passato religioso, ma unicamente alla pietà e alla giustizia. Ecco la radice della vera mentalità cattolica, parola che significa «universalità». La prima universalità consiste proprio nell’adeguare il nostro giudizio al giudizio di Dio: non guardare alle apparenze ma alla sostanza, non perdersi nel secondario ma puntare al centro. In altre parole, occorre essere uomini di profonda unità, ma unità nella fede e nell’essenziale, non nei costumi, nelle abitudini, negli interessi di superficie. Uomini diversi – di diversa cultura e di diversa mentalità – devono trovare la loro unità nella fede in Cristo, non nei rispettivi costumi e nelle rispettive tradizioni, anche se da onorare.

Vangelo e Missione (Dario Vivian)

“Vi ho chiamati amici ” (Gv 15,15). Non facciamo riferimento molto spesso, nei nostri discorsi, a questa straordinaria modalità di definire la relazione di fede che intercorre tra Gesù Cristo – e di conseguenza il Dio che ci ha rivelato – e noi: amicizia. Un Dio amico, ecco cosa è venuto a mostrarci Gesù; del resto non gli diamo forse del “tu” quando ci rivolgiamo a Lui nella preghiera? (Ecco perché suona così poco evangelico l’apparato di titoli altisonanti, con i quali nella chiesa si continuano a sottolineare gli scatti di carriera!). Non si tratta comunque solo di un criterio di confidenza, che ci vede addirittura suoi partner: “Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone ” (Gv 15,15). Che tristezza, pertanto, quando si vive la relazione con Dio in questi termini. La stessa che prova il padre della parabola, quando il figlio lo contesta: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai trasgredito un tuo comando” (Lc 15,29). Si tratta del frutto stesso della pasqua di Cristo, il dono di un’amicizia che toglie radicalmente ogni inimicizia. Egli infatti è la nostra pace, colui che ha ratto dei due un popolo solo, abbattendo il muro di separazione che era framezzo, cioè l’inimicizia (Ef 2,14). I1 crollo del muro di Berlino è niente al confronto di quanto è avvenuto nell’evento pasquale. Non siamo, quindi, di fronte ad una interpretazione intimista del vangelo; quasi che parlare di “amici” significhi scivolare verso un cristianesimo fatto di emozioni adolescenziali. Nell’orizzonte di questa novità – l’amicizia che supera ogni inimicizia – si comprende perché Gesù arrivi a trasformare l’amore in comando: “Questo vi comando: amatevi gli uni gli altri” (Gv 15,17). Se si pensa all’amore che fa rima con cuore, il comandamento dell’amore è un controsenso. Siamo infatti abituati a pensare che “al cuore non si comanda” e nel campo degli affetti il massimo è la spontaneità assoluta: Va’ dove ti porta il cuore… Non se ne esce, in questo modo. Bisogna tornare alla sorgente, là dove l’amore ha il volto non del sentimento ma della dedizione incondizionata: In questo si e manifestato l’amore di Dio per no i. Dio ha mandato il suo Figlio unigenito nel mondo, perché noi avessimo la vita per lui (lGv 4,9). Parlando dell’amicizia Gesù non si perde davvero in sentimentalismi stucchevoli ma arriva al dunque: “Nessuno ha un amore più grande di questo. dare la vita per i propri amici” (Gv 15,13).  ll vangelo scende sul terreno della vita, fatta di contraddizioni e di opposizioni, e mostra come la logica dell’amico e del nemico produca di continuo carnefici e vittime; con l’unica soluzione possibile, stando a quello che drammaticamente avviene con una escalation impressionante: la vittima si fa a sua volta carnefice. Dare la vita, non toglierla: sta qui il segreto del martirio, che è agli antipodi delle scelte forsennate di coloro che per togliere la vita altrui si tolgono la propria. Sta qui la differenza, per cui noi leggiamo la croce non come l’esito fanatico di chi cerca morte ma il travaglio di chi dà vita – simile, dice appunto Gesù, alla donna che sta per partorire. Non possiamo, pertanto, che essere rinviati alle scelte di Gesù; I’arte di amare ce la insegna lui, il “Dio amore” ce lo rivela nel suo modo di amare. “Questo è il mio comandamento. che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amati ” (Gv 15,12). Tutto è racchiuso in quel “come”: Egli è insieme fonte e modello, l’amore incarnato che diviene possibilità di amare donata a tutti e modalità esemplare alla quale riferirsi. L’amore dei cristiani è anzitutto discendente: In questo sta l ‘amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati (1Gv 4,10). C’è di che stupirci, davvero!

I Padri

1. Nessun esempio di virtù è assente dalla croce

Fu necessario che il Figlio di Dio soffrisse per noi? Molto, e possiamo parlare di una duplice necessità: come rimedio contro il peccato e come esempio nell’agire.  Fu anzitutto un rimedio, perché è nella passione di Cristo che troviamo rimedio contro tutti i mali in cui possiamo incorrere per i nostri peccati. Ma non minore è l’utilità che ci viene dal suo esempio. La passione di Cristo infatti è sufficiente per orientare tutta la nostra vita.  Chiunque vuol vivere in perfezione non faccia altro che disprezzare quello che Cristo disprezzò sulla croce, e desiderare quello che egli desiderò. Nessun esempio di virtù infatti è assente dalla croce.

Se cerchi un esempio di carità, ricorda: «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici» (Gv 15,13).  Questo ha fatto Cristo sulla croce. E quindi, se egli ha dato la sua vita per noi, non ci deve essere pesante sostenere qualsiasi male per lui.

Se cerchi un esempio di pazienza, ne trovi uno quanto mai eccellente sulla croce. La pazienza infatti si giudica grande in due circostanze: o quando uno sopporta pazientemente grandi avversità, o quando si sostengono avversità che si potrebbero evitare, ma non si evitano.

Ora Cristo ci ha dato sulla croce l’esempio dell’una e dell’altra cosa. Infatti «quando soffriva non minacciava» (1Pt 2,23) e come un agnello fu condotto alla morte e non aprì la sua bocca (cfr. At 8,32). Grande è dunque la pazienza di Cristo sulla croce: «Corriamo con perseveranza nella corsa, tenendo fisso lo sguardo su Gesù, autore e perfezionatore della fede. Egli in cambio della gioia che gli era posta innanzi, si sottopose alla croce, disprezzando l’ignominia» (Eb 12,2).

Se cerchi un esempio di umiltà, guarda il cocifisso: Dio, infatti, volle essere giudicato sotto Ponzio Pilato e morire.

Se cerchi un esempio di obbedienza, segui colui che si fece obbediente al Padre fino alla morte: «Come per la disobbedienza di uno solo, cioè di Adamo, tutti sono stati costituiti peccatori, così anche per l’obbedienza di uno solo tutti saranno costituiti giusti» (Rm 5,19).

Se cerchi un esempio di disprezzo delle cose terrene, segui colui che è il re dei re ed il Signore dei signori, «nel quale sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della scienza» (Col 2,3). Egli è nudo sulla croce, schernito, sputacchiato, percosso, coronato di spine, abbeverato con aceto e fiele.  Non legare dunque il tuo cuore alle vesti ed alle ricchezze, perché «si son divise tra loro le mie vesti» (Gv 19,24); non agli onori, perché ho provato gli oltraggi e le battiture (cfr. Is 53,4); non alle dignità, perché intrecciata una corona di spine, la misero sul mio capo (cfr. Mc 15,17) non ai piaceri, perché «quando avevo sete, mi han dato da bere aceto» (Sal 68,22).

Tommaso d’Aquino, Conf. sopra il «Credo in Deum»

2. Il dono dell’amicizia.

Più che dai vostri consigli, i vostri amici e i vostri familiari saranno aiutati dalla stima che hanno di voi e che voi avete di loro. Più di mille raccomandazioni soffocanti saranno aiutati dai gesti che vedono da voi: gli affetti semplici, certi ed espressi con discrezione, la stima vicendevole, il senso della misura, il dominio della passione, il gusto per le cose belle e l’arte, la forza anche di sorridere.        Ambrogio

3. La vera pace

Senza ripugnanza e fastidio tu ci hai dato modo di bere alle dolci onde della pace, disponendoci a bere avidamente, a lunghi sorsi. Ma come fare, però! In noi, nelle nostre possibilità, c`è purtroppo solo un desiderio di pace, non il suo possesso! E` vero che anche solo il desiderio di realizzarla ha la sua ricompensa da parte di Dio; ma è anche vero che malgrado la si desideri, fa male non vederne l`effetto compiuto. Lo sapeva anche l`Apostolo che, la pace, la si raggiunge pienamente quando poggia sulla volontà effettiva di ambedue le parti. Per quanto sta in voi, dice, tenetevi in pace con tutti gli uomini (Rm 12,18). E il profeta: Pace, pace… ma dov`è questa pace? (Ger 6,14). Non è davvero una nobile impresa reclamare la pace a parole e distruggerla a fatti. Si dice di tendere a una cosa e se ne ottiene l`effetto contrario! A parole si dice: andiamo d`accordo! E di fatto, poi, si esige la sottomissione dell`altro. La pace la voglio anch`io; e non solo la desidero, ma la imploro! Ma intendo la pace di Cristo, la pace autentica, una pace senza residui di ostilità, una pace che non covi in sé la guerra; non la pace che soggioga gli avversari, ma quella che ci unisce in amicizia!

Girolamo, Lettere.