art_4159_1_catalogo abstract frison-33Giancarlo Frison, scultore e creativo padovano, è prima di tutto un “uomo di fede”, e non si concede contemporaneità, ma sembra retrocedere rispetto all’intento di unire all’arte scultorea la scelta della vita. S’inserisce nel nostro tempo e se ne distacca, accoglie i linguaggi attuali per esprimere un segno ulteriore di potenzialità espressiva, senza per questo slegarsi dalla tradizione. Frison opera una particolare fusione tra esistenza ed opera, per un flusso coinvolgente e privo d’interruzioni dello scorrere del pensiero e dell’attimo, che ha la sua eco e trova la voce nell’iter biografico.

Formatosi nel monastero benedettino di Praglia, alla rivelazione dell’arte scultorea, incuriosì un confratello quando realizzò un drago con la sabbia; da qui l’avvio agli studi sotto l’indirizzo di Licia Boldrin, che lo spinse “alla costruzione di figure per piani”, quindi l’approfondimento dell’interesse sull’opera di Manzù, Moore e Zennaro.  Frequentò Giò Pomodoro, il suo primo “maestro”, e da qui il risalto del suo lavoro anche nella considerazione di Max Bill. Frison esprime la sua identità con il marmo ed il bronzo, ma anche con la terracotta, il filo e la carta. E dai materiali si giunge alle opere: alla terracotta e alla rivisitazione del “rilievo stiacciato”, e tra le sculture. Nell’opera Il segno di Giona l’Artista interpreta il corpo ferito del risorto come il segno di colui che rimase per tre giorni nel ventre del pesce, per essere poi rigurgitato di nuovo alla vita. Anche il Cristo attraversa il tre giorni nel ventre della terra per essere risuscitato a vita nuova. I denti aguzzi della morte e tutte le bombe di tritolo e chiodi, e tutti i gulag e le camere di tortura non vinceranno di fronte all’amore forte e innocente. Nell’opera di bronzo patinato, trattenuta nella forma di un cerchio, lavorata con sensibilità, semplice ed articolata, i messaggi biblici vengono assunti e rielaborati in sintesi mistica. Mediante questa lectio artistica si fondono umanità e Spirito, equilibrio e dinamismo, geometria e apertura.

 

Intro

 

Che cos’è che fa correre l’apostolo Giovanni al sepolcro? Egli aveva vissuto per intero il dramma della Pasqua, vicino al suo maestro: sorprende dunque l’affermazione “Non avevano infatti ancora compreso la Scrittura”. Il mondo di Dio, i progetti di Dio sono così diversi che ancor oggi accada per chi è più vicino a Dio di non capire e di stupirsi degli avvenimenti.
“Vide e credette”. Bastava un sepolcro vuoto? Anche nel momento delle indicibili sofferenze, Giovanni rimane vicino al suo maestro. La ragione non comprende, ma l’amore aiuta a passare dal vedere al guardare. È l’intuizione dell’amore che permette a Giovanni di guardare e di credere prima di tutti gli altri. La gioia di Pasqua matura solo sul terreno di un amore fedele. Un’amicizia che niente e nessuno potrebbe spezzare. Soltanto Dio può condurci a questo. La testimonianza che ci danno tutti i gulag e i martiri riecheggiano nella gioia pasquale all’apertura di questo secolo.

 

Il Vangelo

 

Gv 20,1-9 Egli doveva risuscitare dai morti.

 

Dal Vangelo secondo Giovanni

Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro.
Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!».
Pietro allora uscì insieme all’altro discepolo e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò.
Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, e il sudario – che era stato sul suo capo – non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte.
Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti.

 

Le parole

 

Timore. La liturgia della notte e del giorno di Pasqua, annuncio della Risurrezione di Cristo, costituisce una meravigliosa meditazione sulla storia della salvezza. Parte nella notte, con la Genesi, per giungere all’Esodo e alla profezia della nuova alleanza, fino a cantare con Paolo: “Se siamo risorti con Cristo crediamo che anche vivremo con lui”. La storia dell’uomo qui è giunta al suo culmine: indietro non si torna; qualsiasi cosa accada, la risurrezione di Cristo è garanzia di vita e risurrezione per chi crede in lui. Nulla può fare paura all’uomo: lo dichiara l’Angelo davanti al sepolcro “Voi non abbiate paura” e lo ripete Gesù stesso alle donne intimorite e gioiose: “Non temete”.

Camminare. Con la risurrezione di Cristo è terminato il suo camminare nella terra di Palestina e ora tocca ai suoi discepoli: “Andate”, dice Gesù alle donne. Inizia così il cammino della Chiesa, ben significato dalla corsa di Pietro e Giovanni verso il sepolcro: “Camminavano insieme”, dice il Vangelo di Giovanni. Un cammino a differenti velocità, ma nella stessa direzione: Giovanni “corse più veloce”; Pietro giunge più lento, ma insieme entrano nel sepolcro. È il cammino della Chiesa: più veloce quello della profezia, più lento quello della comunità; ma il cammino è “insieme”. Verso dove? Verso la Galilea, dove Cristo ci “precede”, quindi verso l'”incarnazione” – là dove tutto è iniziato, dove Dio si è fatto uomo – per continuare nella storia l’incarnazione di Cristo. A volte però, i fedeli, incapaci di comprendere la strada scelta dal Signore, s’incamminano per una strada che vorrebbe essere di allontanamento da Lui.

 

Emmaus. L’avventura dei discepoli di Emmaus – di cui narra il Vangelo di Luca – testimonia che, per chi ha amato Gesù Cristo ed è stato amato da lui, l’allontanamento dei passi non può essere allontanamento del cuore. E allora, anche su questa strada, Gesù risorto cammina con loro: credevano di fuggire da lui, pur con il “volto triste”, ma lui “si avvicinò e camminava con loro”. E indica loro la via per riconoscerlo, per risorgere con lui: occorre cercarlo “in tutte le scritture”, “cominciando da Mosè e da tutti i profeti”. Questo è il cammino, non più fisico, ma spirituale, che si compie “nello spezzare il pane”: è qui che la conoscenza di Gesù diventa esperienza; allora il cuore arde: Cristo Risorto fa ripartire verso il nuovo cammino della storia: “Partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme”. È iniziato il cammino nuovo della salvezza, da compiere nella comunione della Chiesa: “Trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro”.
Pasqua. il cammino di Dio accanto all’umanità giunge al suo culmine con la risurrezione di Cristo. Un culmine che è una nuova-partenza, lungo le strade della storia, insieme a tutti i credenti in lui, per raccontare che il risorto cammina con noi e si fa ritrovare nella parola, nei segni dell’amore-dono (il pane spezzato).

 

La teologia

 

At 10, 34. 37-43; 1 Cor5, 6-8; Gv20, 1-9

 

Chiesa degli uomini, Chiesa delle donne. Vengono fatti partire nel Vangelo i due discepoli più importanti, Pietro, il ministero ecclesiale, e Giovanni, l’amore ecclesiale, vengono mossi da Maria di Magdala, che per prima ha visto la tomba aperta. I due discepoli corrono «insieme» si legge, e tuttavia non insieme, perché l’amore è più rapido e meno affaticato del ministero che deve occuparsi di molte cose. Ma l’amore lascia entrare per primo il ministero per l’esame: finalmente Pietro vede il sudario avvolto e giudica che là non c’era stato nessun furto. Ciò basta per lasciar entrare l’amore, il quale «vede e crede», non propriamente alla risurrezione, ma alla giustezza di tutto ciò che è avvenuto con Gesù. Fino a qui arrivano i due rappresentanti simbolici della Chiesa: tutte le cose sono a posto, la fede in Gesù è giustificata nonostante tutto l’imperscrutabile della situazione.

Quanto alla vera fede nella risurrezione, essa viene prima per la donna, che non «va a casa», ma con ostinazione sul posto dove è sparito il morto va cercando di lui. Il posto vuoto diventa luminoso, misurato dai due angeli dalla parte del capo e dei piedi. Ma il vuoto luminoso non è sufficiente per l’amore della Chiesa (qui la donna assolta sta per la donna semplicemente, per Maria la madre: essa deve avere l’unicamente amato). Ella lo riceve nella chiamata di Gesù: Maria! In tal modo tutto è pieno oltre l’orlo, il cadavere che si cerca è l’eternamente Vivente. Ma non è da toccare perché è in via verso il Padre: la terra non deve trattenerlo, ma dire sì, come per la sua incarnazione, così ora per il suo ritorno al Padre. Questo sì diventa la felicità della missione ai fratelli: dare è cosa più beata che tenere per sé. La Chiesa è nel suo profondo più profondo donna, come donna essa abbraccia sia il ministero ecclesiale, sia l’amore ecclesiale, i quali si appartengono. «La donna abbraccerà l’uomo» (Ger 31,22).

  1. Il ministero annuncia. Pietro nella prima lettura predica su tutta l’attività di Gesù; lo può fare in questa maniera superiore e vittoriosa solo a partire dall’evento della risurrezione. Questa getta la luce decisiva su quanto è passato: mediante il battesimo Gesù, rivestito di Spirito Santo e della forza di Dio, è diventato benefattore e salvatore per tutti, la passione appare quasi come un intermezzo per la cosa più importante: la testimonianza della risurrezione; poiché testimonianza deve essere, dato che l’apparire del Glorificato non doveva essere uno spettacolo per «tutto il popolo», ma un incarico ai «testimoni predestinati» ad «annunciare al popolo» l’evento, il che sfocia in due cose: per i credenti il Signore è «la remissione dei peccati», per tutti sarà «il giudice istituito da Dio». La predica del Papa è quintessenza di lieto annunzio e sintesi di insegnamento ministeriale.
  2. L’apostolo spiega. Paolo nella seconda lettura trae la conclusione per la vita cristiana. Il morire e il risorgere di Cristo, due cose entrambe avveratesi per noi, ci hanno realmente riferiti a lui: «Voi siete morti», «voi siete risuscitati con Cristo». Dal momento che tutto ha la sua consistenza in lui (Col 1,17), tutto attua il suo movimento con lui. Ma come l’essere di Cristo era determinato mediante la sua obbedienza al Padre, così anche il nostro essere è indivisibile dal nostro dovere. Il nostro essere è che la nostra vita è nascosta con Cristo in Dio, rapita via dal mondo e quindi non visibile; solo quando «Cristo, nostra vita, diventa manifesto», la nostra verità nascosta può venire in luce. Ma dato che il nostro essere è anche il nostro dovere e impegna la volontà a noi donata, dobbiamo orientare la nostra mira verso le cose celesti; anche se abbiamo da compiere cose terrene, non possiamo restare appesi ad esse, ma dobbiamo con la nostra intenzione mirare verso ciò che non solo dopo la morte, ma già ora è la nostra più profonda verità. Nel dono della Pasqua si trova l’esigenza della Pasqua. E anche questa è un puro dono.

 

 

I Padri

 

  1. Chiesa e Sinagoga

La lettura del santo Vangelo che or ora avete ascoltato, fratelli, è molto chiara nel suo aspetto storico, ma noi dobbiamo scrutarne brevemente i misteri. “Maria Maddalena si recò al sepolcro quand`era ancor buio” (Gv 20,1). In relazione alla storia è indicata l`ora, mentre in relazione al senso mistico è sottolineata l`intenzione di colei che cercava. Maria infatti cercava il Creatore di tutti, che aveva visto morto nella carne; lo cercava nel sepolcro; e siccome non lo trovò, ritenne che lo avessero rubato. “Si recò al sepolcro quand`era ancora buio”. Corse in tutta fretta, e portò la notizia ai discepoli. Ma tra quelli corsero coloro che avevano amato piú degli altri: Pietro e Giovanni. “Correvano insieme tutti e due, ma Giovanni corse piú veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro” (Gv 20,4); tuttavia non osò entrare per primo. Venne poi anche Pietro, “ed entrò” (Gv 20,6). Qual è, fratelli, il significato di questa corsa? Si può credere che una descrizione dell`evangelista così dettagliata sia priva di significati mistici? Niente affatto! Giovanni non avrebbe detto che era arrivato primo e non era entrato, se non avesse creduto che in quella sua trepidazione era contenuto un mistero. Cos`altro rappresenta Giovanni se non la Sinagoga, e cosa Pietro se non la Chiesa? Non sembri strano che il piú giovane raffiguri la Sinagoga, mentre il piú vecchio raffigura la Chiesa, perché se è vero che al culto di Dio venne prima la Sinagoga che non la Chiesa dei pagani, è vero anche che nella realtà della storia umana viene prima la moltitudine dei pagani che non la Sinagoga, come afferma Paolo, che dice: “Non è prima ciò che è spirituale, bensí ciò che è animale” (1Cor 15,46). Perciò il piú vecchio, Pietro, rappresenta la Chiesa dei pagani, mentre il piú giovane, Giovanni, rappresenta la Sinagoga dei Giudei. Corsero insieme tutti e due, perché dal loro inizio sino alla fine il paganesimo e la Sinagoga corsero con pari e comune via, se non con pari e comune sentimento.

La Sinagoga giunse per prima al sepolcro, ma non entrò, perché pur avendo ricevuto i comandamenti della legge e udito le profezie sulla Incarnazione e Passione del Signore, non volle credere in un morto. Giovanni, dunque, “vide le bende per terra, ma non entrò” (Gv 20,5); perché la Sinagoga, pur conoscendo gli obblighi della Sacra Scrittura, tuttavia indugiò, nel credere, a giungere alla fede nella Passione del Signore. Colui che da tanto tempo aveva profetato, lo vide presente, e pure negò [di credere in lui]; lo disprezzò in quanto uomo, non volle credere che Dio avesse assunto la carne mortale. Cosí facendo, corse piú veloce, e tuttavia rimase incredula davanti al sepolcro: “Giunse intanto Simon Pietro che lo seguiva ed entrò nel sepolcro” (Gv 20,6): cioè la Chiesa dei pagani, pur venendo dopo, nel Mediatore tra Dio e gli uomini, l`uomo Gesú Cristo, riconobbe colui che era morto secondo la carne e lo adorò come Dio vivo.

(Gregorio Magno, Hom. 22, 2-3)

 

 

  1. La Legge, i profeti, Cristo

Ecco ciò che vuole per noi la Legge, nostro pedagogo (cf. Gal 3,24); ecco ciò che vogliono i profeti, che si collocano tra la Legge e Cristo; ecco ciò che vuole Cristo, che compie la legge spirituale di cui è il termine (cf. Eb 12,2); ecco ciò che vuole questa divinità che si è annientata (cf. Fil 2,7); ecco ciò che vuole la carne assunta; ecco ciò che vuole questa nuova mescolanza di Dio e dell`uomo dove la dualità sfocia nell`unità e dove l`unità introduce la dualità. Ecco perché Dio si è fuso nella carne per l`intermediario dell`anima, e perché delle realtà separate sono state legate dalla parentela che questo intermediario aveva con ambedue. A causa di tutti, e in particolare a causa dell`unico antenato, tutto si è orientato verso l`unità: l`anima a causa di quella che aveva disobbedito, la carne a causa di quella che aveva collaborato e aveva condiviso la condanna – la prima a causa di un`anima e la seconda a causa di una carne -,e Cristo, piú forte e piú in alto del peccato, a causa di Adamo caduto in potere del peccato.

Ecco perché il nuovo è stato sostituito al vecchio e perché colui che aveva provato la passione è stato ristabilito dalla Passione nel suo stato primiero: per ogni cosa nostra è stata data in cambio ogni cosa di colui che è al di sopra di noi, e l`economia della bontà verso colui che la sua disobbedienza aveva fatto cadere si è trasformata in un nuovo mistero. Ecco l`origine della Natività e della Vergine, l`origine della greppia e di Betlemme. La creazione spiega la Natività, la donna spiega la Vergine. Il motivo di Betlemme è l`Eden; il motivo della greppia è il Paradiso. Ciò che è grande e nascosto rende conto di ciò che è piccolo e visibile. Ecco perché gli angeli proclamano la gloria dell`essere celeste e poi terrestre; perché i pastori vedono la gloria di colui che è agnello e pastore; perché la stella mostra la via; perché i Magi si prostrano recando doni per distruggere il culto degli idoli. Ecco perché Gesú è battezzato, riceve testimonianza dall`alto, giovane, è tentato e trionfa da trionfatore. Ecco perché i demoni sono cacciati, i malati guariti, il grande annuncio affidato ai piccoli e da essi portato felicemente a termine.

Ecco perché le nazioni fremono e i popoli meditano vani progetti (cf. Sal 2,1); ecco perché il legno si erge contro il legno e le mani contro la mano (cf. Gen 3,24): quelle che si sono tese generosamente si oppongono a quella che si è fatta avanti senza ritegno, quelle che sono state inchiodate a quella che si è aperta, quelle che uniscono le estremità della terra a quella che ha cacciato Adamo. Ecco perché l`elevazione si oppone alla caduta, il fiele al gusto, la corona di spine all`impero del male, la morte alla morte; ecco perché le tenebre si diffondono a causa della luce, la tomba si oppone al ritorno alla polvere e la risurrezione risponde all`insurrezione. Tutto ciò era per Dio un mezzo per educarci e guarire la nostra debolezza ristabilendo il vecchio Adamo nello stato da cui era caduto e conducendolo presso “l`albero della vita” (Gen 2,9) da cui l`albero della conoscenza, a causa del suo frutto preso intempestivamente e svantaggiosamente, ci aveva separati.

(Gregorio di Nazianzo, II orat. in S. Pascham, 23-25)

 

 

  1. La festa degli uomini e la festa eterna

Ecco, noi stiamo celebrando le feste pasquali; ma dobbiamo vivere in modo tale da meritare di giungere alla festa eterna. Passano tutte le feste che si celebrano nel tempo. Cercate, voi che siete presenti a queste solennità, di non essere esclusi dalla solennità eterna. Cosa giova partecipare alle feste degli uomini, se poi si è costretti ad essere assenti dalle feste degli angeli? La presente solennità è solo un`ombra di quella futura. Noi celebriamo questa una volta l`anno per giungere a quella che non è d`una volta l`anno, ma perpetua. Quando, al tempo stabilito, noi celebriamo questa, la nostra memoria si risveglia al desiderio dell`altra. Con la partecipazione, dunque, alle gioie temporali, l`anima si scaldi e si accenda verso le gioie eterne, affinché goda in patria quella vera letizia che, nel cammino terreno, considera nell`ombra del gaudio. Perciò, fratelli, riordinate la vostra vita e i vostri costumi. Pensate come verrà severo, al giudizio, colui che mite risuscitò da morte. Certamente nel terribile giorno dell`esame finale egli apparirà con gli angeli, gli arcangeli, i troni, le dominazioni, i principati e le potestà, allorché i cieli e la terra andranno in fiamme e tutti gli elementi saranno sconvolti dal terrore in ossequio a lui. Abbiate davanti agli occhi questo giudice cosí tremendo; temete questo giudice che sta per venire, affinché, quando giungerà, lo possiate guardare non tremanti ma sicuri. Egli infatti dev`essere temuto per non suscitare paura. Il terrore che ispira ci eserciti nelle buone opere, il timore di lui freni la nostra vita dall`iniquità. Credetemi, fratelli: piú ci affannerà ora la vista delle nostre colpe, piú saremo sicuri un giorno alla sua presenza.

Certamente, se qualcuno di voi dovesse comparire in giudizio dinanzi a me domani insieme al suo avversario, passerebbe tutta la notte insonne, pensando con animo inquieto a cosa gli potrebbe essere detto, a come controbattere, verrebbe assalito da un forte timore di trovarmi severo, avrebbe paura di apparirmi colpevole. Ma chi sono io? o cosa sono io? Io, tra non molto, dopo essere stato un uomo, diventerò un verme, e dopo ancora, polvere. Se dunque con tanta ansia si teme il giudizio della polvere, con quale attenzione si dovrà pensare, e con quale timore si dovrà prevedere il giudizio di una cosí grande maestà?

(Gregorio Magno, Hom. 26, 10-11)

 

 

 

 

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A cura di Gino Prandina, fraternità dell’Hospitale e AxA associazioni artisti per l’arte sacra Vicenza.

digit: artesacravicenza.org

I commenti teologici sono tratti dai manoscritti di H.U.V.Balthasar e e M.v.Speryr

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