La riflessione pittorica di Dalì sull’Ascensione di Gesù

L’età moderna, nel sec. XVIII è stata poco incline alle rappresentazioni del sacro. Il Novecento, invece ha mostrato attenzione per i temi cristiani soprattutto nella loro declinazione, spesso affascinante, ai problemi laici e sociali.

Salvador Dalí (1904-1989), nella seconda fase della sua carriera – a partire cioè dagli anni Cinquanta, ormai archiviata l’esperienza surrealista – inizia ad affrontare i temi religiosi reinterpretandoli in maniera originale. Così è per Ascensione (1958), in cui Cristo viene raffigurato mediante un’insolita prospettiva dal basso, direi quasi mantegnesca (se pensiamo al celeberrimo Cristo morto). Ma non è difficile riconoscervi anche la lezione mistico-visuale di S. Giovanni della Croce.

Cristo ascende, nel globo luminoso, in un’accentuata verticalità, e da una prospettiva vertiginosa. Nella visione di scorcio (o scorciata) il volto del Risorto scompare nell’evidenza dei piedi, e tutto il corpo contratto è sollevato in alto. Ciò che in San Giovanni della Croce era contemplato dall’alto, cioè la tragica passione e morte di un corpo sulla croce (riprodotto poi dall’Artista), ora sale al cielo nella luce mantenendo però la forma della croce. Gesù ascende conservando le sue piaghe, “per far vedere al Padre il prezzo del suo perdono” (papa Francesco). Dalì rende in modo imprevedibile ed efficacissimo questa affermazione: Gesù è rappresentato con le mani ancora tese nello spasmo della sofferenza. Quelle mani sembrano provocare esplosioni di misteriosa energia, mentre il corpo risorto è come risucchiato dal globo di luce gialla.

Da una prospettiva ardita, immaginandosi di essere un apostolo, o tutt’intera l’Umanità,  Dalì coglie Cristo nell’istante del suo ascendere. Allo zenit lo Spirito lo attende, insieme alla Sposa. Ascensione e attesa del ritorno di Cristo coincido. Dalì mette in atto l’ultima frase della bibba: lo Spirito e la Sposa dicono:«Vieni Signore Gesù».

Seminudo, Gesù ascende al cielo, con le braccia aperte come al momento della crocifissione, verso due luminescenti globi, giallo il primo e bianco il secondo, verso lo Spirito Santo, nella sua tradizionale forma di colomba, e verso una sbalorditiva figura di Vergine e Madre che sta per accoglierlo/attenderlo commossa. Ella ha il volto di Gala, amatissima sposa. È questa la prima e più emblematica delle invenzioni presenti in questo dipinto.

Il globo giallo è un “cuore granuloso” simile a un atomo, che è l’essenza stessa della materia, capace di sprigionare, se scisso, un’energia potentissima, come aveva tragicamente dimostrato la bomba atomica. Dalì era rimasto scosso dall’esplosione della bomba atomica e fu proprio da quell’evento che si avvicinò alla fede cristiana frequentando i padri carmelitani. Attorno al 1950, infatti, risalgono molte opere religiose dell’artista. Nell’Ascensione Cristo ascende al cielo quasi con lo stesso dinamismo cosmico della bomba di Hiroshima, un dinamismo positivo e non distruttivo-  Il globo giallo è anche simile agli acheni maturi del girasole oppure simili a un alveare pieno di miele. Il girasole, per il suo ruotare attorno al sole, assumendone quasi le stesse caratteristiche (nel colore e nella corolla), è simbolo di adorazione/devozione e, per gli Inca, segno stesso della divinità. Per Dalì, è anche il segno del Padre che, con lo Spirito, accoglie il Salvatore.

Il girasole, che tutto avvolge con la sua luce, è segno dell’abbraccio redentivo del Padre al quale tutti veniamo ammessi per mezzo di Cristo Risorto. Con l’Ascensione l’umanità entra in modo inaudito e nuovo in Dio, nella sua amicizia, e ci rivela quale sia il futuro che Dio ha riservato ai suoi figli: è quello stesso raggiunto da Gesù con la sua risurrezione.

Il colore diafano del giallo è simile al miele al quale, anticamente, era attribuito un potere di rigenerazione ed è  dunque simbolo di quell’eternità che accoglie Cristo e i suoi. Cristo ascende quasi con lo stesso dinamismo cosmico della bomba di Hiroshima, ma qui si tratta d’un dinamismo positivo e non distruttivo. Cristo  nel suo ascendere non è sorretto dalla croce: ciò che lo regge è ormai l’amore assoluto (l’adorazione) per il Padre. Lo sguardo di Cristo è rivolto al Padre e lo Spirito Santo che sono lassù, nei cieli del Cieli. Del Padre non si vede che la luce cangiante, ben diversa da quella del sole, mentre lo Spirito è espresso nella similitudine della  colomba.
Qui, come si nota non ci sono testimoni, non c’è il popolo di Dio in cui ormai Cristo si identifica, non ci sono nemmeno i discepoli che attoniti guardano verso il Cielo. Appare solo un volto enigmatico che da alcuni viene identificato con il volto stesso del Padre. In realtà, e lo si vede bene per chi conosce la vita e l’opera di Dalì, è il volto della moglie Gala, per la quale Dalì nutriva un’autentica venerazione. Gala fu sua musa ispiratrice, colei che costantemente lo manteneva in contatto con le cose eterne. Gala indica qui, per Dalì lo sguardo di quell’amore entro il quale egli può riconosce Cristo.

Cristo, raffigurato qui senza un volto, ora viene assunto in cielo, ma noi lo possiamo contemplare sulla terra in ogni l’esperienza di amore-dono, lo stesso Amore che sorregge la vita e l’opera della Chiesa. Come nelle antiche raffigurazioni dell’ascensione il simbolo della Chiesa si congiungeva al simbolo della Vergine Maria, così Dalì identifica il volto della Vergine-Madre nel volto di Gala, come aveva già fatto nel dipinto della Madonna di Port Lligat, donato a Pio XII. Così l’Amore femminile, materno e sponsale (Maria e La Chiesa), viene raffigurato dall’artista col volto della sua sposa. E come Beatrice è per Dante la guida alla ricerca della Verità (che si identifica con l’Amore), così è Gala per Salvador.

Nella Vergine Maria la Chiesa ha sempre ravvisato l’immagine di se stessa. Allo zenit della storia la Sposa attende il ritorno di Cristo-sposo. Qui ascensione e attesa del ritorno di Cristo coincidono. Dalì mette in atto l’ultima frase della bibbia: lo Spirito e la Sposa dicono:«Vieni Signore Gesù», scrive Giovanni nell’Apocalisse. Ecco come la verità mistica di un articolo come quello dell’ascensione di Cristo al cielo ci riporta inesorabilmente alla concretezza storica dell’esperienza della Chiesa fondata sostanzialmente sulla misura dell’amore di Cristo, unica modalità con la quale attendere nella Speranza il ritorno del Signore. Dalì, in senso apocalittico, esprime il compimento che è insieme salvifico, storico insieme all’attesa operante del Ritorno: “Vieni, Vieni Signore Gesù”.

Gino Prandina

Intro

La missione della Chiesa è presieduta da Gesù Cristo risorto, salito al cielo e intronizzato Signore alla destra del Padre. L’ascensione e l’invio degli apostoli sono inseparabili. Tra gli undici (Giuda il traditore ha seguito un altro cammino), inviati da Gesù e beneficiari della sua promessa fedele e potente, si trovano anche i successori degli apostoli e la Chiesa intera. Gesù ci invia, ci accompagna e ci dà la forza. Noi non siamo dei volontari spontanei, ma degli inviati. Appoggiandoci su Gesù Cristo vincitore della morte, possiamo obbedire quotidianamente al suo ordine di missione nella serenità e nella speranza. 
Gli apostoli sono i messaggeri di una Parola che tocca l’uomo nel centro della sua vita. Il Vangelo, affidato alla Chiesa, ci dà una risposta definitiva: se crediamo, siamo salvati, se rifiutiamo di credere o alziamo le spalle, siamo perduti. Attraverso la fede, che è il sì dato dall’uomo a Dio, noi riceviamo la vita. 
Il Signore conferma la predicazione degli apostoli con molti segni; e segni accompagnano anche i credenti. Attraverso questi segni, diversi e coestesi alla missione della Chiesa, Dio vuole garantire la sua azione in coloro che egli ha inviato e invita tutti gli uomini ad abbandonare ciò che è visibile e quindi attraente per il mistero della salvezza. 

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